PADRE CAVALCOLI A CESARE BARONIO. DICIANNOVE PUNTI, DICIANNOVE RISPOSTE, UNA PREGHIERA FINALE COMUNE.

11 Dicembre 2018 Pubblicato da --

Marco Tosatti

Cari Stilumcuriali, il dialogo fra il padre Giovanni Cavalcoli e Cesare Baronio si arricchisce di un ulteriore capitolo. Qualche giorno fa come ricordate abbiamo pubblicato la risposta di Cesare Baronio a un precedente articolo del teologo domenicano, che ora risponde. Buona lettura.

 

 

Caro Baronio,

con piacere accolgo le sue dotte e garbate contestazioni alle mie tesi su di un argomento di fondamentale importanza per noi cattolici, qual è quello della S.Messa, con particolare riferimento al confronto fra il Vetus Ordo e il Novus.

Io e Lei, da buoni cattolici, accettiamo l’uno e l’altro rito, entrambi espressione della ricchezza liturgica della Santa Madre Chiesa: il Vetus, testimone sublime ed ancora attuale di vetustissima e veneranda Tradizione; il Novus, frutto e testimone di quello Spirito Santo, del quale è detto: renovabis faciem terrae, sicchè in questa benedetta duplicità si mostra la continuità della Chiesa nel progresso: renovatur quod traditum est.

La Chiesa, anche nella liturgia, progredisce nella conoscenza e nella pratica di quell’immutabile deposito rivelato, che il suo Sposo le ha affidato da conservare incorrotto e da distribuire generosamente a tutti, e da far sempre meglio conoscere e praticare dall’umanità fino alla fine dei secoli.

Alla luce di questi princìpi, che son certo avranno il suo consenso, passo ad esporre le mie risposte. Anche questa volta ho ritenuto opportuno scegliere, nella sua lunga esposizione,  i suoi argomenti più forti contro le mietesi, perché Ella non abbia pensare che io mi sottragga al cimento. Le sue obiezioni sono numerate. Ad ognuna di esse segue la mia risposta siglata con la lettera R.

1 – Nessun Concilio precedente al Vaticano II venne messo in discussione per la sua ortodossia, né prestò il fianco ad interpretazioni eterodosse, giacché alla formulazione della parte discorsiva, pur chiarissima, si affiancavano sempre canoni a condanna degli errori che si opponevano alle verità definite. E mai, nella storia della Chiesa, un Concilio Ecumenico ebbe un postconcilio che ne stravolgesse il magistero.

R – I Concili precedenti avevano l’aspetto di testi legislativi. Per questo avevano canoni, ordinavano che cosa si doveva pensare e come si doveva dirlo, associando una pena per il trasgressore, il famoso anàthema sit. Il Concilio Vaticano II ha scelto invece uno stile espositivo, o parenetico, condannando certo gli errori, ma senza comminare pene canoniche. Non ha un tono prescrittivo, ma un tono persuasivo, simile agli insegnamenti del Vangelo o alle catechesi dei Padri della Chiesa. Non mancano avvertimenti ed ammonizioni, ma sul piano morale, non giuridico.

Il linguaggio del Vaticano II è di tipo divulgativo e pastorale. Quello dei precedenti Concili è più filosofico e scolastico. Il linguaggio dei precedenti Concili è più preciso, ma più restrittivo; il linguaggio del Vaticano II è più elastico ma rischia l’equivoco. Là dove abbiamo un pregio nell’uno, abbiamo un difetto negli altri e viceversa. Non tutto si può avere in tutto. Bisogna scegliere e lo scegliere comporta necessariamente la rinuncia a ciò che non si sceglie.

Anche ai Concili del passato fecero seguito interpretazioni eterodosse, per cui il Concilio seguente dovette rimediare ai malintesi sorti dopo il precedente. Al riguardo, è interessante seguire il passaggio dal Concilio di Nicea a quello di Efeso e a quello di Calcedonia. Si nota nelle reazioni a ciascun Concilio un andirivieni tra l’unità la dualità in Cristo: dopo Nicea nel 321, che evidenzia l’unità divina, Efeso nel 431 deve riparare al teopaschismo, all’arianesimo, al modalismo, al monofisismo e al docetismo, mentre Eutiche confonde le due nature. Tenta una soluzione Nestorio, il quale però esagera la dualità e finisce nella separazione fra le due nature.

Allora Efeso ribadisce l’Incarnazione e ristabilisce l’unità divina. Ma resta il problema: come fa Cristo ad essere uno e due? Finalmente giunge la pace e la concordia con Calcedonia nel 451: Cristo è uno come persona divina e duplice nelle nature  umana e divina. Ma quanto ce n’é voluta! Ed oggi un Rahner ha la spudoratezza di rimettere in discussione Calcedonia!

Ciò che effettivamente è impressionante e mai prima accaduto è il fenomeno di un postconcilio, nel quale una astuta e potente setta eretica, come, nel nostro caso, i modernisti, è riuscita ad imporre in larghi strati della Chiesa, la propria falsa interpretazione del Concilio, senza che il Papato sia riuscito a diffondere sufficientemente quella ufficiale, espressa negli insegnamenti dei Pontefici e del Catechismo della Chiesa Cattolica del 1992.

Ma questo Catechismo fu prodotto troppo tardi, quando il male era ormai dilagato. Tempestivi invece furono i Vescovi Olandesi, i quali, fin dal 1966, con la consulenza di Schillebeeckx, pubblicarono il famigerato Catechismo Olandese, le cui eresie furono bensì corrette da S.Paolo VI, ma senza alcun risultato apprezzabile, perché già da allora il morbo era scoppiato. Oggi il lavoro di purificazione appare immenso, al di sopra delle forze umane, ma non dobbiamo disperare della forza dello Spirito Santo.

2 – C’è una oggettiva problematicità del Concilio Vaticano II; una problematicità che, come dicevo poc’anzi, non ha mai riguardato alcun Concilio precedente. É quindi evidente che, se l’assise in cui venne concepita la riforma liturgica si presta ad un’interpretazione eterodossa, come dimostrano le argomentazioni dei Neomodernisti, non stupisce che anche il Novus Ordo stesso sia informato ad analoga equivocità. Il quale Novus Ordo, per sola grazia di Dio ed in virtù delle promesse del Salvatore, ha mantenuto quegli elementi sostanziali che permettono di considerare la Messa montiniana pienamente valida. Ma la validità di una Messa – come ho scritto nel mio intervento precedente – garantisce alla Santa Chiesa di mantenere il Sacrificio Eucaristico e trasmettere ai fedeli la Grazia, ma non toglie minimamente quel suo peccato d’origine che grava su di essa, specialmente se la si confronta con il rito antico.

R – Quelle proposizioni del Concilio che possono prestarsi ad un’interpretazione eterodossa, nel corso di questi cinquant’anni sono state chiarite dal Magistero e da teologi fedeli alla Chiesa, compreso il sottoscritto

3 – Ciò che il Concilio dice riguardo alla libertà religiosa andrebbe interpretato coerentemente con la Mortalium animos, ad esempio. Ma quello che in punta di diritto tranquillizza il teologo o il canonista, dimostrandogli che la Santa Chiesa non erra nel proprio Magistero, è vanificato e contraddetto dalla prassi comune di chi sistematicamente – e senza alcuna correzione da parte dell’Autorità suprema – considera la Mortalium animos e la condanna dell’indifferentismo religioso da parte del Magistero preconciliare chiaramente superate dalla Dignitatis humanae, giungendo a veder realizzato nella pratica quello che la Mortalium animos esplicitamente condanna e che l’interpretazione più ovvia del documento conciliare viceversa pare autorizzare.

R – La Dignitatis humanae, sulla libertà religiosa e la Nostra aetate sul dialogo interreligioso non contraddicono alla Mortalium animos, ma esprimono punti di vista diversi e complementari all’enciclica di Pio XI. Infatti, il primo documento, confermando la dottrina che il cattolicesimo è l’«unica vera religione» (n.1), totalmente estranea a qualunque forma di indifferentismo religioso, ribadendo quanto aveva già detto Pio XI, presenta il diritto alla libertà religiosa come diritto civile del cittadino nei confronti dello Stato, che è obbligato a concederla, come dovere, da parte dello Stato, «di non costringere e di non impedire nessuno nell’agire in campo religioso in conformità alla sua coscienza» (n.2), supponendo ovviamente un concetto realistico e nonsoggettivistico della coscienza, qual è quello della morale cattolica-

Pio XI bada maggiormente all’oggettività ed universalità della verità; il Concilio, bada al fatto che la verità dev’esser fatta propria o assimilata dalla coscienza. Ma le due istanze s’incontrano nel principio che la coscienza ha l’obbligo di accogliere la verità oggettiva.

Questo sacro diritto della coscienza non esclude affatto l’oggettività della verità religiosa insegnata da Pio XI, ma è semplicemente uno sviluppo ed un’applicazione nell’ambito civile dell’antico precetto canonico «nemo ad amplectendam fidem catholicam invitus cogatur», ammesso anche da Pio XI. È evidente che quel diritto suppone la società civile moderna, nella quale convivono gruppi di varie religioni e non avrebbe senso nell’ambito del diritto canonico, dove è chiaro che tutti appartengano alla medesima religione cattolica.

Inoltre l’ecumenismo insegnato nell’Unitatis redintegratio non contraddice per nulla al fatto segnalato da Pio XI, che in passato gruppi di fedeli scismatici ed eretici si sono separati dalla Chiesa – la stessa cosa la dice il Concilio (n.3) -, per cui occorre stimolarli a raggiungere l’unità cattolica, purificandoli dagli errori. Il Concilio dice la stessa cosa con parole diverse. Infatti, il Concilio ordina ai cattolici di adoperarsi a che i fratelli separati, liberati dagli «impedimenti» (ibid.) e dalle «carenze» (ibid.), cioè dalle eresie, avrebbe detto il Concilio di Trento, «siano pienamente incorporati nella Chiesa cattolica» (ibid.).

Il Concilio non parla più di «ritorno» alla Chiesa Romana, ma con più esattezza parla di «ingresso». Infatti, non si tratta dei protestanti dell’epoca di Lutero, che, usciti dalla Chiesa cattolica, dovevano farvi ritorno, ma si tratta evidentemente oggi di protestanti che non hanno mai fatto parte della Chiesa cattolica, per cui è giusto parlare per loro in «incorporazione». Ma è evidente che, si mettan le cose come si vuole, il dovere dei fratelli separati è la rinuncia ai loro errori, acquisendo dalla Chiesa cattolica le verità che a loro mancano per una piena appartenenza ad essa.

L’attività ecumenica, secondo il vero insegnamento del Concilio, è, nella sostanza, esattamente quell’azione, che prima del Concilio si chiamava «apostolato per la conversione dei lontani», con la differenza che allora si tendeva ad essere troppo sbrigativi e fare indebite pressioni, mentre il Concilio ci rende più attenti alla complessità di queste azioni e ci rende più cauti.

Ma il guaio è stato che di fatto le attività ecumeniche, nelle mani del Card.Kasper, non si sono attenute a queste sagge direttive, ma da cinquant’anni a questa parte si sono risolte per lo più in una serie interminabile di tergiversazioni e di reticenze, scambiando l’ecumenismo per una questione di sola carità, mentre in realtà è una questione di verità: stabilire chi ha ragione e chi ha torto, col risultato che i protestanti sono rimasti tali e i cattolici diventano protestanti.

4 – Poco importa che si ricordi che l’ecumenismo, così com’è praticato oggi, sia condannato senza appello dalla Chiesa: solo pochi anni prima del Concilio, la Suprema Sacra Congregazione del Sant’Ufficio raccomandava: «La dottrina cattolica dovrà essere proposta ed esposta totalmente ed integralmente: non si dovrà affatto passare sotto silenzio o coprire con parole ambigue ciò che la verità cattolica insegna sulla vera natura e sui mezzi di giustificazione, sulla costituzione della Chiesa, sul primato di giurisdizione del Romano Pontefice, sull’unica vera unione che si compie col ritorno dei dissidenti all’unica vera Chiesa di Cristo. Si insegni loro che essi, ritornando alla Chiesa, nessuna parte del bene che, per grazia di Dio, è finora nato in loro, ma che col loro ritorno questo bene sarà piuttosto completato e perfezionato. Non bisogna però parlare di questo argomento in modo tale che essi abbiano a credere di portare alla Chiesa, col loro ritorno, un elemento essenziale che ad essa sarebbe mancato fino al presente» (Istruzione Ecclesia Catholica agli Ordinari diocesani, sul Movimento ecumenico, 20 Dicembre 1949).

R – Da quanto ho detto al numero precedente, non è dunque vero che «l’ecumenismo, così com’è praticato oggi, sia condannato senza appello dalla Chiesa». Quello che è condannato è un certo falso ecumenismo.

5 – La concelebrazione di molti sacerdoti, è e rimane un Sacrificio del solo celebrante principale, e sulla carta le offerte che il sacerdote percepisce dal fedele non si applicano alla concelebrazione: ma quanti di loro ricevono l’offerta per dieci messe e leggono i nomi dei defunti ad una Messa sola, o ne fanno memoria tra sé, mentre se ne stanno comodamente in parte con la stola?

R – Nel Novus Ordo la Messa concelebrata non è una sola Messa, ma sono tante Messe quanti sono i concelebranti, perchè ogni celebrante consacra. Quindi, con dieci celebranti abbiamo dieci Messe con dieci applicazioni per ciascuno dei dieci concelebranti, corrispondenti alle dieci offerte di Messe.

6 – La liturgia riformata proibisce espressamente la celebrazione della Messa coram Sanctissimo, mentre essa è prevista nella liturgia tradizionale. E non troverà nessun’eresia nel documento che impone questa prassi, ma comprenderà che mentre nel rito antico si voleva ribadire il dogma secondo il quale Nostro Signore è presente tanto nel Ss.mo Sacramento esposto sull’altare quanto nelle specie consacrate sul corporale, proprio contro l’errore protestante; nel nuovo rito si induce a credere che non abbia senso offrire il Santo Sacrificio davanti alla Vittima divina.

R – Io credo che non c’è bisogno di combattere in questo modo l’eresia protestante che respinge l’adorazione eucaristica. Invece mi pare ragionevole ritenere che effettivamente non abbia senso consacrare il Corpo del Signore davanti al tabernacolo contenente lo stesso Corpo del Signore già consacrato. Secondo me, è meglio che il tabernacolo stia da un’altra parte, perché così appare con maggior chiarezza l’atto della consacrazione.

7 – Ella scrive: «La Chiesa cattolica è sempre apostolica. Per questo, se decide una riforma del rito della Messa, lo fa sempre con la sua autorità apostolica. E se un Concilio ecumenico decide una riforma della Messa, non lo farà evidentemente per far fare alla Chiesa un passo indietro, ma un passo avanti. Altrimenti, che senso ha una riforma?»

Me lo chiedo anch’io: che senso ha una riforma che rappresenta un passo indietro? Sono perfettamente d’accordo con Lei, ma mi pare che Ella sposti l’attenzione sul dato teorico, senza voler guardare la realtà. Davvero Ella ritiene che la liturgia riformata rappresenti un progresso rispetto al fervore, alla devozione ed alla vita cristiana quali si potevano osservare nei fedeli di tutto il mondo ad esempio negli anni Cinquanta?

R – Il passo avanti è stato quello di rendere il rito più intellegibile con la lingua volgare, di istituire simboli ed espressioni artistiche più significativi per la sensibilità e i gusti moderni, di aumentare la partecipazione attiva dei fedeli, uomini e donne, di aumentare il numero delle letture bibliche, delle preghiere eucaristiche, delle Messe votive e di circostanza, di dare alla Messa un significato maggiormente escatologico, di assumere aspetti positivi della Cena luterana, di metter la Messa a maggior contatto con gli avvenimenti del nostro tempo.

8 – Nella storia della Chiesa vi furono casi in cui un Papa insegnò o aderì a dottrine eretiche e fu condannato. E non credo di doverLe ricordare che la possibilità che vi sia un Papa eretico fu studiata e dibattuta da illustri dottori e canonisti e teologi, senza che questi mettessero in dubbio la divina missione della Chiesa o l’infallibilità papale. Anzi: è proprio perché il Cattolico è estremamente realista che riesce a distinguere tra la santità della Sposa di Cristo e l’indegnità dei suoi Ministri, così come distingue tra il Sommo Pontefice e colui che ne ricopre il ruolo.

R – L’unico caso accertato è stato quello di Papa Onorio (625-638), che però fu scagionato da Papa S.Leone II nel 682, che lo giudicò «non eretico, ma negligente». Quanto alla ipotesi scolastica del Papa eretico, ha un carattere puramente accademico, privo di applicazione pratica, tanto è vero che nel diritto canonico non è prevista la possibilità di un Papa eretico.

9 – Io contesto fermamente l’affermazione di una assoluta infallibilità papale, non limitata né dall’intenzione esplicita di insegnare, né dalla coerenza dell’insegnamento proposto con la Sacra Scrittura e la Sacra Tradizione.

R – Il Papa esprime la sua intenzione di definire solo quando proclama un nuovo dogma. Se la veridicità pontificia, che Ella chiama «infallibilità», dovesse valere solo quando definisce un nuovo dogma, questa potrebbe essere una scappatoia per sottrarsi al dovere di ascoltare il magistero pontificio e per sostenere che il Papa, quando non intende definire, si può sbagliare e ci può ingannare in materia di fede o di morale nel suo magistero ordinario e quotidiano, nel quale insegna verità già definite. Allora che ne sarebbe del comando di Cristo fatto a Pietro e ai suoi Successori «confirma fratres tuos»? Vogliamo finire con Lutero?

10 – Paolo VI, in virtù della sua Autorità Apostolica, dichiarò abolito il venerando rito precedente, obbligando l’intera Chiesa di rito romano ad adeguarsi al Novus Ordo. Dello stesso tenore furono anche i pronunciamenti della Congregazione per il Culto Divino e di altri Dicasteri Romani, che indicarono senza alcuna deroga che la liturgia tridentina era definitivamente soppressa e soppiantata da quella riformata.

R – Ma Papa Benedetto, col Motu proprio Summorum Pontificum, ha liberalizzato l’uso del Vetus Ordo.

11 – Ciò che non approvo è veder scientificamente smantellata la liturgia, per sostituirvi un rito spurio che di fatto fa la gioia dei nemici della Chiesa e che, guardacaso, è l’unico che un eretico può celebrare, ad esempio usando la Prex Eucharistica II, ch’è tanto breve ed omissoria da lasciarsi usare anche da un calvinista.

R – Ma se un calvinista non crede nella transustanziazione, come fa ad usare la II Prex?

12 – Ella sostiene che «il Novus Ordo non è per nulla gravemente omissorio», salvo contraddirsi affermando: «in esso sono assenti elementi o parti, che, in considerazione della più sobria religiosità moderna e delle esigenze ecumeniche, potevano costituire fattori disturbanti». Ella in pratica conferma che alcuni elementi erano «fattori disturbanti» in ragione delle «esigenze ecumeniche», ossia che per compiacere gli eretici si sia preferito tacere delle verità dottrinali, sorvolare su alcuni concetti.

R – Non si tratta di «compiacere gli eretici» in quanto eretici, ma di accogliere quanto di valido c’è nelle loro idee per condurli alla pienezza della verità. Nella Cena luterana non tutto è sbagliato. Il Concilio con spirito ecumenico ha voluto accogliere nella Messa quanto di buono ci può essere nella Cena luterana, in quanto riflette il racconto del Vangelo. È così che è nato il Novus Ordo. Viceversa, il Vetus è costruito apposta per evitare gli errori luterani. E in tal senso svolge ancora una funzione necessaria. Per questo Papa Benedetto lo ha rivalorizzato, mentre S.Paolo VI è stato troppo severo con quel venerando rito.

Per questo, Novus e Vetus si completano a vicenda. Il Novus evidenzia i punti di contatto; il Vetus gli elementi da respingere. Ho parlato di «fattori disturbanti», forse con un’espressione non troppo felice, non per disprezzo per il Vetus Ordo – Dio me ne guardi! -, ma per esprimere semplicemente quello che ho già detto e che è ben rappresentato con quel paragone che ho tratto dalla pittura: se in un ritratto di Rembrandt introduciamo parte della Gioconda di Raffello, è evidente che l’elemento di Rembrandt, per quanto in sé stupendo nel suo naturale contesto, introdotto in Raffaello, disturberebbe. Così nella Messa Novus Ordo, fatta apposta per evidenziare punti comuni con la Cena luterana, stonerebbero tratti della Vetus fatti apposta per contestare Lutero.

Un esempio di questa complementarità reciproca è dato dalla differente posizione del celebrante nel Novus Ordo e nel Vetus. Ed è interessante anche il confronto con la Cena luterana. Vediamo innanzitutto la differenza della funzione del ministro nella Messa cattolica, Novus o Vetus Ordo e nella Cena luterana. Mentre nel cattolicesimo il ministro della sinassi eucaristica è il sacerdote, che offre il Sacrificio di Cristo al Padre a favore dei fedeli, nel caso della Cena, il ministro non è un sacerdote, ma il presidente dell’assemblea, sia pur radunata in nome di Cristo.

Siccome la sinassi non è l’offerta di un sacrificio, ma un banchetto messianico, il ministro non pone il pane e il vino su di un altare, ma su di un tavolo. I presenti, quindi, non sono degli offerenti concorrono al sacrificio offerto dal sacerdote, ma dei commensali, e il ministro è il capotavola. Nel rito cattolico e nel rito protestante il ministro media fra Cristo, Figlio del Padre e il popolo; rappresenta Cristo presso il popolo e rappresenta il popolo presso il Dio Trinitario.

A questo punto passiamo alla differenza tra il Vetus e il Novus. Nel Vetus il celebrante volge le spalle al popolo, perché tutti, celebrante e popolo, nell’offerta del Sacrificio, guardano al Crocifisso o alla raffigurazione pittorica della SS,Trinità, eventualmente una pala d’altare oltre, dietro e al di sopra dell’altare, che può rappresentare, oltre che la Trinità, anche la Madonna o altri Santi, in quanto immagini o mediatori di Cristo. Qui il celebrante, a nome del popolo, offre a Dio la Vittima divina e supplica la SS.Trinità di far scendere la grazia sul popolo nutrendo il popolo col pane eucaristico.

Nel Novus la posizione fisica del celebrante parrebbe avere una somiglianza con la posizione del ministro protestante: entrambi sono rivolti verso il popolo, come potrebbe fare un capotavola a mensa. Senonchè, però, la Messa è bensì una mensa, ma una mensa che si fonda su di un sacrificio, il quale, come sappiamo, stato è abolito da Lutero.

Perché nel Novus Ordo il sacerdote è rivolto verso il popolo ed ha alle spalle la pala d’altare? Perché qui è rappresentato il movimento inverso del culto divino, ossia l’ufficio del il sacerdote, che è il tramite della discesa della grazia da Dio al popolo. Invece nella Cena luterana il ministro rappresenta Cristo e basta. Non ha nessun Dio Padre, per così dire, alle spalle, rappresentato da un’eventuale pala d’altare, dal Quale discende lui quella grazia eucaristica, che egli distribuisce al popolo, dono della grazia prefigurato nel Vangelo dal miracolo della moltiplicazione dei pani.

Dunque vediamo che Vetus Ordo e Novus Ordo anche qui si completano a vicenda, rappresentando i due movimenti di salita-discesa del culto divino: nel Novus Dio Padre misericordioso e perdonante discende in Cristo sull’uomo; nel Vetus l’uomo in Cristo compensa e soddisfa al Padre per l’offesa del peccato e sale a Dio. L’opera della giustizia del Vetus si congiunge con l’accoglienza della misericordia del Novus. Lutero ha considerato solo la misericordia ed ha trascurato la giustizia.

13 – Parlando poi della Consacrazione, «che il Concilio si è guardato bene dal modificare», devo dissentire. É pur vero che la parte essenziale della Consacrazione non fu modificata; ma essa subì nondimeno due cambiamenti. Il primo consiste nello spostamento delle parole «Mysterum fidei» che, come un’esclamazione, il celebrante pronuncia sul calice: esse furono poste dopo l’Elevazione, prevedendo in risposta l’acclamazione dei fedeli «Mortem tuam annuntiamus Domine, etc.» che appartiene alla liturgia protestante. Faccio inoltre notare che, appena disceso Nostro Signore nelle Specie Eucaristiche, il riferimento escatologico «donec venias» («nell’attesa della tua venuta») è quantomeno pedagogicamente fuori luogo.

La seconda modifica è più sottile ma non meno grave, anche se tale da non cambiare la sostanza. Essa consiste nell’aver mutato la punteggiatura e la stampa tipografica della narrazione dell’Istituzione. Infatti, nell’antico rito il sacerdote inizia con le parole «Qui pridie quam pateretur», rievocando l’Ultima Cena, quando prese il pane nelle Sue mani sante e venerabili, lo spezzò, lo diede ai Suoi discepoli e disse «Accipite, et manducate ex hoc omnes». Ma a questo punto la narrazione finisce, e inizia l’azione sacra, in cui il celebrante non racconta più, ma è egli stesso Cristo. Il Messale Romano indica questo stacco con un punto fermo, e le parole della Consacrazione sono in caratteri molto più grandi. Lo stesso vale per il calice, dove dal «Simili modo» fino all’«Accipite, et bibite ex eo omnes» si torna alla narrazione, mentre le parole della Consacrazione sono di nuovo più grandi, e nettamente separate dalle precedenti e da «Haec quotiescumque feceritis» che seguono. Anche nella gestualità è previsto che il sacerdote si inchini, recitando le parole con la massima reverenza ed attenzione.

R – Le modifiche da Lei accennate saranno pure in consonanza col rito protestante; ma essendo in sè innocenti, non c’è da preoccuparsi, bensì da rallegrasi che lì ci incontriamo con i protestanti.

14 – Nel rito riformato non sussiste più una distinzione né ortografica né tipografica: le parole del Signore iniziano con «Accipite, et manducate ex hoc omnes» per il pane e «Accipite, et bibite ex eo omnes» per il calice, pur non facendo parte della Consacrazione; e sono nello stesso carattere. In pratica la narrazione che precede e contestualizza l’azione sacra diventa parte integrante dell’azione stessa, esattamente come sostengono i protestanti. Non a caso nel Messale riformato la rubrica indica questo momento come «racconto dell’Istituzione», cosa che conferma ancora una volta la deliberata intenzione di eliminare quei «fattori disturbanti» – per usare le Sue parole – «in considerazione delle esigenze ecumeniche». Tutto questo, ovviamente, non invalida la Messa: ripetiamolo pure per l’ennesima volta; ma induce i semplici – specialmente oggi, che il Canone è recitato ad alta voce – a considerare questa parte della Messa non come la realizzazione del Sacrificio del Calvario, ma come la rievocazione dell’Ultima Cena – la Santa Cena, appunto – che invece, per la dottrina cattolica, fu un’anticipazione del rito del Golgota. Chiariamo il concetto: quando Nostro Signore celebrò la prima Messa, Egli anticipò in modo mistico la Passione che si apprestava a subire l’indomani, proprio come in tutte le Messe che seguirono si rinnova in modo mistico ed incruento il Sacrificio della Croce. Della Croce, non dell’Ultima Cena. E ancora: della Croce, non dell’Ultima Cena.

R – Anche in questo caso si può certo intuire la volontà del Liturgista di avvicinare la Messa cattolica alla Cena luterana; ma trattandosi di un elemento innocuo, vale quello che ho detto sopra.

Resta il fatto che tra la Cena luterana da un parte e, dall’altra, il Vetus e Novus Ordo c’è un abisso, anche se ad uno sguardo superficiale può sembrare che il Novus Ordo ceda al rito luterano. Ma dov’è questa differenza abissale? Che mentre nei due riti cattolici il ministro obbedisce al comando di Cristo: «FATE QUESTO», ossia «operate la transustanziazione», la Cena luterana, benché ammetta a modo suo la Presenza reale, si limita ad essere un semplice memoriale, un semplice ricordo edificante e commovente di quello che Cristo ha fatto, peraltro fraintendendo il punto culminante della consacrazione del suo corpo e del suo sangue, tanto che uno Schillebeeckx è arrivato a dire che il calice innalzato da Cristo è stato l’«ultimo brindisi prima di morire come martire il giorno dopo».

Per questo Ella osserva giustamente che mentre nella Cena luterana il ministro si limita ad una semplice narrazione dei fatti, nella Messa cattolica – Vetus e Novus Ordo – il celebrante non si limita a ricordare ciò che Cristo ha fatto, ma lo rifà o meglio lo riattualizza in Persona Christi. Infatti Lutero, benché avesse celebrato Messa per quindici anni, allorchè si convinse dell’inutilità delle opere per salvarsi, il famoso sola gratia, smise di celebrare, perché considerava la Messa un’«opera».

15 – Ella sostiene che il Vetus Ordo «appariva espressione di un clima ecclesiale superato dalle nuove esigenze liturgiche e pastorali, nonchè dalla nuova ecclesiologia e sacramentaria elaborate dal Concilio Vaticano II». Ohibò! Scopriamo che, pur non essendo cambiato nulla tra ante e post, il Concilio ha «nuove esigenze liturgiche e pastorali», così come ha una «nuova ecclesiologia e sacramentaria». Strano davvero: mai nella storia della Chiesa si è proposto l’insegnamento di un Concilio come «nuovo», ma casomai come perfettamente coerente con l’antico, secondo l’adagio «Nihil est innovandum, nisi quod traditum est». E scopriamo che Ella riconosce che il Vaticano II non solo si è adeguato a nuove esigenze liturgiche e pastorali, ma che ha anche una ecclesiologia ed una sacramentaria sue proprie. Col termine ecclesiologia si intende la dottrina concernente i caratteri fondamentali della Chiesa e con sacramentaria la dottrina concernente i caratteri fondamentali dei Sacramenti: se entrambe le discipline riguardano aspetti fondamentali, cambiando questi, cambia anche l’intero edificio che si basa tanto sulla Chiesa quanto sui Sacramenti. In sostanza, mi sta dicendo che quella che io chiamo setta conciliare è effettivamente un’altra cosa, una cosa nuova e diversa, rispetto alla Chiesa Cattolica. E che questa entità nata dal Vaticano II si sarebbe data anche una propria liturgia ed una propria pastorale. Se non è questa un’altra religione, mi dica Lei cosa può esserlo.

R – Parlando di nuova ecclesiologia e nuova sacramentaria, non intendo affatto scuotere le fondamenta dell’una e dell’altra. Non sono un modernista. Ma se si apprezza il nuovo, non per questo si è dei modernisti, se questo nuovo è buono e in continuità con l’antico. E questo è ciò che intendo dire, questa è stata l’opera del Concilio.

16 – È proprio il fatto d’esser un rito nuovo che pone il rito riformato fuori dalla secolare tradizione della Chiesa. Mai, mai nella sua storia millenaria la Chiesa ha osato inventarsi un Ordo, men che meno avvalendosi di nemici dichiarati – quali sono gli eretici – per portarvi il loro velenoso contributo.

R – Come ho già detto, il nuovo non è necessariamente cattivo. Anzi, per la Scrittura il nuovo proviene da Dio: pensi al Nuovo Testamento! S.Paolo non parla di un «uomo nuovo». In tal senso il Concilio ha rinnovato il rito della Messa. Non bisogna confondere il novatore col rinnovatore. Il primo introduce una novità dannosa; il secondo una novità benefica. Nei giudizi morali o tecnici ciò che interessa è distinguere il buono dal cattivo; interessa poco che sia nuovo o antico. Il vino vecchio è migliore del nuovo. Ma un computer nuovo è meglio del vecchio.

Se in una tradizione liturgica si è sempre fatto in un certo modo, a meno che non si tratti di punti essenziali, non è detto che si debba sempre fare in quel modo, se ci sono buone ragioni per cambiare. La riforma liturgica conciliare, come ho già detto in un mio precedente intervento, ha lasciato intatta non solo la validità, ma anche la sostanza della Messa in tutte le sue cinque parti essenziali, e mutando solo sul piano dell’accidentalità e della contingenza, non per il gusto di cambiare, come fosse una donna che vuol cambiare acconciatura, ma per soddisfare certe giuste esigenze o prospettive dell’uomo d’oggi.

La tradizione liturgica non ha la stessa assolutezza della Sacra Tradizione, che, insieme con la Sacra Scrittura, nell’interpretazione del Magistero della Chiesa, è la fonte della divina Rivelazione. I contenuti e gli usi della Sacra Tradizione rivelati da Dio sono assolutamente immutabili; ma non lo sono tutti quelli della tradizione liturgica stabilita dalla Chiesa.

Il buon fedele, istruito dal Magistero, deve sapere che cosa nella tradizione liturgica può essere cambiato e che cosa no. L’argomento che a volte si sente avanzare da chi respinge le novità liturgiche ufficiali, è che «da duemila anni si è fatto sempre così». Ma in questo caso l’argomento non vale. Infatti, anche il fatto che una donna nel corso della Messa proclami le Letture precedenti al Vangelo o dia un annuncio ai fedeli o distribuisca la Comunione o la Comunione nella mano sono cose che in duemila anni non si erano mai viste. Eppure, la Chiesa, in forza del suo potere giurisdizionle-pastorale, ha voluto queste cose.  Invece non potrà mai accadere che una donna consacri l’eucaristia o scriva un’enciclica o amministri la cresima.

Per quanto riguarda la presenza della donna nel presbiterio e i ministeri femminili, tutto ciò è un segno delle nuova sacramentaria ed ecclesiologia, alle quali ho accennato, le quali, a loro volta, sottendono una nuova antropologia, più biblica, non più quella della superiorità dell’uomo sulla donna, ma della complementarità reciproca nell’uguaglianza di natura e pari dignità personale, per le quali la donna si associa al sacerdote non all’altare, ma all’ambone, a rappresentare la sua partecipazione alla liturgia della Parola, a lei accessibile, restando esclusa dalla liturgia eucaristica, esclusivamente propria del ministero maschile. Ma qui è degno di nota anche il tema ecumenico con i luterani, i quali, come è noto, risolvono l’Ultima Cena nella proclamazione e nel nutrirsi della Parola escludendo l’offerta del sacrificio.

Tuttavia siamo daccapo: l’esclusione della donna dal presbiterio nel Vetus Ordo ha un preciso e sempre attuale significato: rappresenta le misure da prendersi in conseguenza del peccato originale, a causa del quale il rapporto uomo-donna dev’essere soggetto ad un’opportuna disciplina. Invece il Novus Ordo rappresenta, come ho detto, la prospettiva escatologica della riconciliazione e della fraterna unione fra uomo e donna.

Di nuovo allora vediamo come Vetus Ordo e Novus si completino a vicenda, per cui ciascuno dei due deve mantenere la propria identità, affinchè l’unione non diventi confusione, ma sia reciproca integrazione e mutua complementarità. Non è quindi questione di migliore o peggiore, di perfetto o imperfetto, di omissione o commissione, ma diversità sullo stesso piano, che l’unica Messa istituita da Nostro Signor Gesù Cristo, pridie quam pateretur, allorchè Egli ci ha mostrato di amarci «sino alla fine» (Gv 13,1).

Il Vetus Ordo, che tiene presenti le miserie, i peccati, i lutti, e le sofferenze della presente vita mortale, è tutto centrato sul Mistero della Croce, ed è iustum, aequum et salutare, anche se ovviamente guarda alla resurrezione futura. Pensiamo al colore nero della veste liturgica, chiaro simbolo della morte. Il Novus Ordo, invece, si celebra maggiormente nella luce della gioia pasquale, accentua la simbologia del banchetto messianico. Al nero è sostituito il viola, che non è la morte, ma la vita penitente. Senza negare la sublime bellezza del canto gregoriano, i canti del Novus Ordo, che peraltro non escludono necessariamente il gregoriano, sono più gioiosi, mentre il gregoriano sembra più venato da una sottile, seppur santa mestizia. Dunque, ancora una volta, complementarità reciproca: niente Croce senza Resurrezione, niente Resurrezione senza Croce.

Basta, dunque, da una parte, con le opposizioni, l’elitarismo, le lamentele, i litigi, le piccinerie, le rigidezze, i passatismi, i complessi di superiorità, e dall’altra con l’indisciplina, il modernismo, l’offesa alla tradizione, le volgarità, le buffonerie, la demolizione, la trascuratezza, la sciatteria, gli empi arbitrii, le profanazioni, le baldorie fuori luogo, i raduni mondani, le manifestazioni pauperistiche, i comizi politici, le chiassate e gli spettacoli sconci nelle chiese, i sacrilegi, le condanne reciproche e gli esclusivismi, che ignorano o disprezzano le sagge direttive della Chiesa, Madre e Maestra e sono la rovina del culto di Dio.

È scandaloso ed intollerabile che fratelli battezzati nell’unica fede, si accapiglino e si escludano a vicenda proprio là, dove Cristo ci vuole sommamente uniti, una cosa sola, seppure nella legittima diversità. Seguiamo gli esempi e la guida dei sacerdoti che celebrano con vera devozione, in piena comunione con la Chiesa, non importa se nel Vetus o nel Novus Ordo.

17 – La liturgia rappresenta lo sviluppo armonico di un corpus iniziale. É evidente che la forma antica, ad esempio del IV secolo, fosse meno articolata di quella che essa ha assunto nel Medioevo o nel Rinascimento. Ma questo sviluppo fu naturale, come è naturale che il corpo di una persona passi dall’esser piccolo e fragile in tenera età all’acquisire forza e vigore con la giovinezza. Eppure nessuno pensa che un adulto non sia la stessa persona di quand’era bambino: cambia la statura, si muta la voce, si sviluppano i muscoli, ma il fanciullo di un tempo è sempre lo stesso quando ha raggiunto la maturità.

Viceversa, il Novus Ordo è frutto di un’operazione chirurgica in cui una Commissione di esperti ha compiuto mutazioni incoerenti con lo sviluppo armonico del rito, amputandolo, spostando parti, aggiungendone altre.

Quel che lo Spirito Santo ha ispirato alla Chiesa per la Liturgia è opera mirabile, nella quale le esigenze dottrinali e spirituali dei fedeli trovavano una risposta, proprio come in natura il corpo di un uomo può sviluppare ad esempio le gambe per la corsa, le spalle e le braccia per il nuoto, la voce per il canto. Così in presenza dell’eresia luterana la saggezza della Chiesa ha allenato l’atleta a sviluppare i muscoli per contrastare gli errori di quel momento, e in presenza dell’errore laicista ha istituito la festa di Cristo Re per affermare la Regalità sociale di Nostro Signore, che la setta conciliare ha confinato in una dimensione escatologica, espungendo proprio quei testi – pure attualissimi nel ribadire la dottrina cattolica – in cui si chiede a Dio che tutte le nazioni si sottomettano allo scettro di Cristo.

R – Le scelte liturgiche della Chiesa non esprimono sempre lo sviluppo armonico di un dato precedente, ma possono esprimere una novità assoluta o un cambiamento di direzione. Esempio del primo caso è l’istituzione dei ministeri femminili, novità assoluta nella storia della sacramentaria; esempio del secondo è l’abbandono, per quanto possibile, degli elementi antiluterani, sostituiti da elementi di affinità con la Cena luterana, senza naturalmente accettare l’aspetto eretico. Ecco il passaggio dal Vetus al Novus, senza per questo abolire il Vetus, che conserva la sua peculiarità antiluterana.

18 – Apprezzo ch’Ella abbia l’onestà intellettuale di riconoscere che il Novus Ordo è altro rispetto al Vetus. Ma è il semplice fatto di essere appunto altro che lo squalifica, perché nella Chiesa la novità è sempre, invariabilmente un segno di manomissione che le è estraneo. Tradidi quod et accepi: alla Chiesa non è chiesto di inventare cose nuove, ma di custodire gelosamente quelle che Nostro Signore le ha affidato, senza togliere né aggiunger nulla.

R – Come ho già detto, l’alterità, la diversità e la novità di per sé sono valori, a meno che non abbiano un carattere corruttore, distruttivo, ostile, antagonista o malvagio. Ma tutto ciò nulla ha evidentemente a che vedere con il carattere e gli intnenti del Novus Ordo rispetto al Vetus. Il Novus lascia perfettamente vivere il Vetus; ma chiede nel contempo al Vetus di essere da lui rispettato. Con l’ammettere la legittimità di entrambi, la Chiesa dimostra di volere che essi convivano e collaborino fraternamente nella comune lode a Dio.

19 – Mi lasci concludere con una riflessione. Sappiamo dalla Sacra Scrittura, dalla concorde voce dei Padri e dal Magistero dei Romani Pontefici che la Chiesa dovrà attraversare una gravissima crisi, una vera e propria persecuzione. Nostra Signora ha più e più volte messo in guardia il popolo cristiano, con numerose apparizioni approvate dall’Autorità Ecclesiastica, circa l’apostasia che incombe. A La Salette, la Santissima Vergine ha detto: «Roma perderà la fede e diventerà la sede dell’Anticristo», e con analoghe parole Leone XIII vide che la Sede di Pietro sarebbe stata perseguitata dai suoi nemici, «ut destructo Pastore, et gregem disperdere valeant».

Lo stesso Catechismo parla espressamente di una grande prova. E sappiamo bene che il Terzo Segreto, nonostante i grotteschi tentativi della Segreteria di Stato, non è stato rivelato nella sua interezza, e che il contesto in cui esso si colloca lascia prevedere una gravissima apostasia in seno alla Chiesa. Ma sappiamo anche che alla fine, per le promesse di Cristo che è Sovrano assoluto della storia e Capo del Corpo Mistico, la guerra che si combatte da sempre tra Dio e Satana vedrà la sconfitta inesorabile del Nemico e la vittoria gloriosa del Signore degli Eserciti, il Dio Sabaoth.

Sappiamo anche, dal Protoevangelo, che a schiacciare il capo dell’antico Serpente sarà la Madonna, terribilis ut castrorum acies ordinata. Dinanzi ai terribili eventi profetizzati dalle Scritture ed annunciati dalla Vergine, anche l’apostasia della Gerarchia assume un significato escatologico, e non fa venir meno l’assistenza di Dio al pusillus grex. Cosa videro i discepoli, dopo il Calvario? Il fallimento delle loro speranze, la fine ingloriosa – agli occhi del mondo – del loro Signore trafitto sul legno della Croce.

Sola a conservare la fede, la Madre del Salvatore ha custodito nel proprio Cuore Immacolato la certezza che il Suo divin Figlio sarebbe risuscitato dai morti, e così avvenne. Con quella stessa certezza, che ci viene dall’umile confidenza in Dio e dall’esempio della Consolatrice degli afflitti, affrontiamo anche il Calvario della Chiesa, che come Corpo Mistico di Cristo deve affrontare anch’essa la propria passione ai tempi dell’Anticristo, così come l’ha sofferta nei suoi membri durante lo scorrere della storia.

Chiediamo a Lei, Auxilium Christianorum, di conservare in noi il fuoco della Carità, la fiamma della Fede e la luce della Speranza, perché non ci troviamo in mezzo alla scelesta turba di quanti ridono e scherniscono la Sposa di Cristo, condotta verso il Golgota. La Santa Chiesa risorgerà gloriosa: la sua liturgia, specchio di quella celeste, non sarà certo quella di Monsignor Bugnini.

R – Condivido pienamente questi suoi sentimenti, constatazioni, voti e speranze nell’intercessione del Beatissima Vergine Maria. Gesù Cristo Sommo Sacerdote sia Lui a dar voce a tutti i sacerdoti di Vetus e Novus Ordo: HOC EST ENIM CORPUS MEUM. HIC EST CALIX SANGUINIS MEI.

P.Giovanni  Cavalcoli

Varazze, 8 dicembre 2018

Solennità dell’Immacolata Concezione

 

 

 







Oggi è il 107° giorno in cui il Pontefice regnante non ha, ancora, risposto.

“Quando ha saputo che McCarrick era un uomo perverso, un predatore omosessuale seriale?”

“È vero, o non è vero, che mons. Viganò lo ha avvertito il 23 giugno 2013?”

Joseph Fessio, sj: “Sia un uomo. Si alzi in piedi e risponda”.




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Padre Pío contra Satanás

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38 commenti

  • Pier Luigi Tossani ha detto:

    proprio ora mi sono imbattuto in questo bell’ intervento di don Nicola Bux sul latino nella liturgia:

    http://www.rassegnastampa-totustuus.it/cattolica/?p=39039

    Cito:

    “…Surrettiziamente però si è coniata la tesi dell’incomunicabilità plurisecolare della liturgia facendola dipendere dall’altra tesi che il latino non fosse comprensibile ai tempi di Trento da parte della quasi totalità dei preti. Si è volutamente dimenticata l’opera di formazione del clero e di catechesi dei fedeli avviata da quel concilio, che ha mutato in quattro secoli la situazione. Questa tesi tace sul fatto che i nostri padri vivessero il mistero eucaristico e liturgico molto più profondamente di noi oggi e, ultimamente, significa negare l’azione dello Spirito Santo.

    La comprensione del mistero, non è quella che discerne la presenza di Cristo sull’altare e fa cadere in ginocchio, annichiliti come Pietro, esclamando: “Allontanati da me che sono un peccatore”? Malgrado la Messa in lingua parlata, il numero dei fedeli nelle chiese è molto diminuito: forse anche perché, dicono alcuni, ciò che hanno compreso non è affatto piaciuto. Divo Barsotti diceva: “Crede di capire qualcosa di più dell’essenza e del mistero eucaristico se si parla solo e sempre in italiano? Il problema non è di capire solo sul piano intellettuale, ma di compiere un incontro reale con Cristo”.

    Interessante anche quest’altro:

    http://itresentieri.it/lantico-rito-della-messa-incomprensibile-ti-spieghiamo-perche-non-e-cosi/

    cito:

    “…E poi, diciamocela tutta: un tempo la gente non capiva le parole della Messa, però sapeva bene cosa fosse la Messa; oggi tutti capiscono le parole della Messa (sempre che non siano distratti… e molte volte la banalizzazione distrae più facilmente), ma pochi sanno cos’è la Messa. Basterebbe chiedere a tanti ragazzi non “lontani”, praticanti e di oratorio, per accertarsi quanti pochi oggi sanno cosa sia davvero la Messa.

    Certamente la parte istruttiva della Messa (letture, omelia, ecc…) deve essere capita e lì va bene la lingua nazionale, ma per il canone no. Paradossalmente per capire il canone, e cioè la grandezza e l’inimmaginabilità di ciò che accadde sul Calvario, occorre proprio una lingua che sia fuori del tempo e dello spazio, che meglio esprima il senso del mistero”…

    Ho cercato anche qualcosa sulla nota questione che, al tempo della Messa in latino, la gente non capisse quello che veniva detto. Non ho trovato nulla, ma secondo me anche quella è una leggenda metropolitana, montata apposta per sabotare l’antico rito.

  • Astore da Cerquapalmata ha detto:

    Chi è in grado parlare di eventuale ERESIA?
    Tutte le persone ragionevoli, in quanto la fede (quella che un cattolico è obbligato a credere) in quanto è dogma di fede che il DOGMA deve essere comprensibile alla RAGIONE.
    Di conseguenza la ragione in certo senso è anch’essa un dogma, in quanto, pur senza comprendere pienamente i misteri divini, può essere illuminata da questi.
    Ma un Papa può essere eretico? E può insegnare eresie?
    Personalmente può essere eretico perché può essere peccatore, ma non può insegnare eresie.
    Su questo punto, che mette d’accordo tutti i cattolici, ci sono però posizioni diverse.
    Alcuni dicono che se un Papa insegnasse un’eresia (che deve essere chiara al di là di ogni ragionevole dubbio come, ad esempio, dire che la Madonna non è immacolata), il Papa decade da Papa, proprio perché non può insegare eresie. Ma io non sono d’accordo perché non sta scritto né sul Vangelo, né è riportato dalla dottrina cattolica, né è sul Codice di Diritto Canonico.
    Altri dicono che se il Papa insegnasse eresie, allora, semplicemente, non le insegna come Pastore supremo della Chiesa, ma abusando del potere conferitogli, per cui l’insegnamento non può essere considerato Magistero. Il Magistero, infatti, consiste solo nell’esplicare e nell’approfondire la dottrina della fede, non nell’inventarla. Se il Papa “inventasse” la fede le sue parole avrebbero, più o meno, il valore di quando parla di sport.
    Infine c’è la posizione di padre Cavalcoli, che io condivido. Questa dice, semplicemente, che è assurdo che un Papa possa sbagliare riguardo alla fede e alla morale, anche quando insegna come non “ufficialmente”, ma pur sempre insegna. Per cui DI FATTO non ci sarà mai un Papa eretico.
    Ciò non toglie che un Papa possa creare confusione cui suoi silenzi e le sue allusioni.
    Ma allora, se mai un giorno si dovesse vedere qualcuno che, dalla Cattedra di Pietro, insegnasse una chiara eresia, allora vorrebbe dire che non è il Papa, ma un Papa falso, o un antipapa.
    Sulla correttezza delle procedure di elezione del Papa, infatti, che sono procedure stabilite dalla Chiesa e perciò di diritto ecclesiastico, non c’è il “carisma” dell’infallibilità, anche perché l’unico infallibile per mandato divino è il Papa, che in quel momento è vacante.
    Di fatto di antipapi ce ne sono stati. Ciò nonostante ciò Gesù non abbandonerà mai la Chiesa e dopo un eventuale antipapa (NON alludo a Francesco, che è Papa vero) ci sarà sempre un Papa che riprenderà la guida della Chiesa, perché l’ha detto Gesù e lo dice la Chiesa.
    Rimango aperto a una maggiore chiarificazione della dottrina della Chiesa su questo punto.

  • EMANUELE ha detto:

    Buongiorno a tutti.
    Condivido le risposte date da p.Cavalcoli sul Concilio e sul corretto modo di aderirvi. A ciò ci ero arrivato riflettendoci anche io.

    Anche sulla infallibilità pontificia ora p.Cavalcoli si allinea con quanto asserito da altri canonisti (il suo riferimento, in precedente mail, alla infallibilità tout court del Pontefice anche come “dottore privato” non si allineava con gli altri canonisti).

    Per quanto riguarda la sua risposta 5 dove dice “Nel Novus Ordo la Messa concelebrata non è una sola Messa, ma sono tante Messe quanti sono i concelebranti, perchè ogni celebrante consacra. Quindi, con dieci celebranti abbiamo dieci Messe con dieci applicazioni per ciascuno dei dieci concelebranti, corrispondenti alle dieci offerte di Messe” ciò non mi torna.
    Metto un link: https://www.corrispondenzaromana.it/considerazioni-teologiche-e-liturgiche-sulla-concelebrazione/
    San Tommaso d’Aquino nella Summa dice: “«Se ciascun sacerdote agisse per virtù propria, gli altri celebranti sarebbero superflui, bastandone uno solo. Ma poiché il sacerdote non consacra che in persona di Cristo, e i molti non sono che «una cosa sola in Cristo», poco importa che questo sacramento venga consacrato da uno o da molti, purché si rispetti il rito della Chiesa» (Summa Theologica, III, q.82, a.2, ad. 2 m).
    Allora dice l’estensore dell’articolo: “In sostanza san Tommaso ritiene superfluo che più sacerdoti facciano ciò che può fare uno solo. Di conseguenza per la concelebrazione di una Messa importa poco o importa nulla il numero dei celebranti. E il solo modo di moltiplicare il numero dei sacrifici eucaristici (per la gloria di Dio e la salvezza delle anime) non è quella di moltiplicare i ministri della concelebrazione, che produce l’effetto contrario, ma di moltiplicare le celebrazioni liturgiche del rito sacramentale della Messa”.
    E ancora: “Il teologo domenicano Roger Thomas Calmel fornisce un calzante esempio per spiegare l’unicità del sacrificio nel caso della concelebrazione: «Se per fucilare un traditore si riunisce un plotone di 12 soldati, ci saranno certamente dodici atti “uccisivi”, ma l’uccisione è una sola. Immaginate che ci siano tanti traditori. Ebbene, la patria sarà molto più efficacemente soccorsa se ciascuno dei soldati mette a morte un traditore, piuttosto che si raggruppassero 12 soldati per uccidere un solo traditore. Parimenti la Chiesa di Dio sarà ben più aiutata (e soprattutto Dio sarà ben più glorificato) se, per esempio, 40 preti dicono ciascuno una Messa, piuttosto che se 40 preti si riuniscono per fare insieme una consacrazione unica, una sola Messa. (…) La gloria resa a Dio, l’intercessione propiziatoria per le anime è certamente minore quando c’è un solo sacrificio sacramentale (concelebrazione) che quando ci sono 40 sacrifici sacramentali. Dico “sacramentali” per distinguerli dal sacrificio cruento che è unico»”.
    E ancora: “Più tardi, nel 1991, in una lettera al card. Pietro Palazzini, padre Enrico Zoffoli, autore del testo La Messa unico tesoro e la sua concelebrazione, si chiede: quante sono realmente le Messe: una, oppure quanti sono i sacerdoti concelebranti? «Non esito a rispondere – scrive – che tutti celebrano una sola Messa, se veramente con-celebrano.

    Infatti: se nella Messa individuale uno è il ministro offerente, in quella concelebrata sono molti; tali però solo fisicamente, non MORALMENTE; distinzione che, a mio parere, è sufficiente a risolvere la controversia. In realtà: unico è l’altare…, unica la materia da consacrare…, unica la consacrazione…, unico il tempo della pronunzia delle parole della medesima…; unico il sacerdozio ministeriale messo in evidenza dalla concelebrazione… Tutti, dunque, rappresentano e si comportano come se fossero (formassero) UN SOLO MINISTRO con l’intenzione di compiere una sola azione liturgica: Multi sunt unum in Christo…» (S. Th., III, q.82, a.2, 3um)”.
    Il passionista padre Enrico Zoffoli non aveva dubbi: Tutti, dunque, rappresentano e si comportano come se fossero (formassero) UN SOLO MINISTRO con l’intenzione di compiere una sola azione liturgica: Multi sunt unum in Christo.

    Scrivo questo in estrema umiltà ma per chiarezza. Ovviamente quindi quanto detto da p.Cavalcoli è una suo opinione. Altri degni sacerdoti affermavano il contrario.

  • Pier Luigi Tossani ha detto:

    E’ morto Spaemann:

    http://lanuovabq.it/it/a-dio-spaemann-lultimo-grande-filosofo-cattolico

    Cito, dalla “Bussola”, un suo pensiero, che mi sembra pertinente al lungo dibattito Cavalcoli-Baronio:

    “…L’autoaffermazione velleitaria del nichilismo debole ha bisogno di scontarsi con il sacrificio del Golgota che si rinnova sull’altare: “Deve esser consentito riflettere – scriveva nel 1991 – sul perché, a partire dagli anni Sessanta, questo sia, improvvisamente e completamente, andato perduto”. Da qui la necessità di una “restaurazione di una celebrazione della Messa, in cui il carattere del Mistero, del sacrificio e della preghiera, sgorghi in modo inequivocabile…Questo può accadere soprattutto attraverso la restaurazione di un comune orientamento che assume la preghiera del sacerdote e del popolo. La generale diffusione del cosiddetto altare del popolo cancella la differenza tra altare e pulpito. E quando il microfono sopraggiunge sull’Altare, viene quasi inevitabilmente suscitata l’impressione che il sacerdote sia un animateur”.

  • Alberto ha detto:

    Gentile Tosatti, lei è un ottimo ospite e un vero gentiluomo. Tuttavia, quella che lei chiama preghiera comune finale in realtà non lo è: l’uno prega contro il NO, l’altro prega per i sacerdoti che seguono entrambi i riti.
    L’aver attirato l’attenzione sulla preghiera però mi ha aperto gli occhi.
    Non so che qualità di cristiano (figuriamoci di sacerdote) si possa riconoscere in uno che parla di Chiesa che risorgerà, come se la Chiesa potesse prima morire, e di messa di Bugnini, come se non fosse la Chiesa ad aver adottato quella messa, che è e rimane pur sempre il divino ufficio per eccellenza.
    Questo modo di esprimersi non è un buon segno, soprattutto se ci si rivolge alla Madonna, che non permetterebbe mai che la Chiesa morisse o si pervertisse al punto di falsificare dolosamente la sacra liturgia consegnata dal suo Figlio ed attraverso cui il suo Figlio di rende quotidianamente presente in ogni angolo del pianeta.
    Si può essere d’accordo o dissentire su specifiche circostanze, critiche o riserve. Ma la cosa fondamentale è che certe cose provengano da un cristiano e a me pare che di cristiano Cesare Baronio abbia ben poco.
    Forse è solo un megalomane, ma ho il sospetto che si tratti di un infiltrato, forse massone, che si atteggia a uomo pio per guadagnare la fiducia dell’uditorio e lacerare ulteriormente la nostra povera Chiesa già martoriata da tanti problemi.
    Scusi per la prolissità. Buona serata.

    • GMZ ha detto:

      La massoneria ha già piazzato i suoi uomini in diversi ruoli chiave della chiesa; e, se è vero che Bugnini era Buan, ha addirittura manipolato il culto diffondendo l’equivoco Novus Ordo.
      Con tutto il rispetto per Stilum, quindi, credo che i massoni abbiano altro da fare che non infiltrare un agente segreto (per esempio devono preparare il sinodo sull’Amazzonia, dove Bejo ci regalerà i preti sposati).
      Ossequi.

  • Paolo Giuseppe ha detto:

    A Bisanzio erano modelli di sintesi.

  • Olivetanus ha detto:

    Punto 12. Risposta di P. Cavalcoli: Per questo, Novus e Vetus si completano a vicenda.
    E allora perché tanto ostracismo nei confronti del Vetus Ordo?
    Punto 7. R: -Il passo avanti è stato quello di rendere il rito più intellegibile con la lingua volgare.
    E allora non sarebbe stato più semplice celebrare il Vetus in lingua volgare?

    • pope francis blues ha detto:

      Punto 12. Risposta di P. Cavalcoli: Per questo, Novus e Vetus si completano a vicenda.
      E allora perché tanto ostracismo nei confronti del Vetus Ordo?

      Per la stessa ragione per cui taluni disprezzano il Novus Ordo e, se il Vetus fosse la forma ordinaria e maggiormente diffusa, ostracizzerebbero il Novus: chiamasi idiozia. Idiozia che in certi casi si estende al punto da non riguardare nemmeno più i due riti, ma addirittura le qualità personali di chi li preferisce (basta vedere certi commenti qui per appurare che, mediamente, i frequentatori del NO sono considerati dei mezzi minus habens).
      Aggiungiamoci anche che molti sostenitori di un Ordo ne fanno una questione ideologica e di appartenenza identitaria e quindi i sostenitori dell’altro Ordo reagiscono alla stessa maniera.

      Punto 7. R: -Il passo avanti è stato quello di rendere il rito più intellegibile con la lingua volgare.
      E allora non sarebbe stato più semplice celebrare il Vetus in lingua volgare?

      A parte che gli amanti del VO si suiciderebbero in massa, questo “passo avanti” è – credo – indicato in via restrittiva. In realtà i “passi avanti” (o indietro a seconda della prospettiva di chi valuta) sono molti e toccano più profili, tra cui quello ecumenico.

  • deutero.amedeo ha detto:

    Ormai è tutto un parlare a vanvera. Non mi riferisco a Cavalcoli e Baronio ma alla Chiesa ufficiale e al suo massimo rappresentante . Qui il link alla riflessione di questa mattina:

    http://w2.vatican.va/content/francesco/it/cotidie/2018/documents/papa-francesco-cotidie_20181211_santa-marta.html

    Mi domando a chi voglia alludere e di che cosa voglia parlare il Miserando (sed non eligendo) quando dice cose come queste:

    -A Natale Dio “bussa con le carezze” alla porta di ciascuno e sta a noi “non fare resistenza” al suo amore: spesso, infatti, abbiamo paura della sua “consolazione” e della sua “tenerezza”, una “parola che oggi è sparita dal dizionario della nostra vita”.-

    Oppure:
    -Dunque, ha insistito il Pontefice, “facciamo la scommessa sulla desolazione, sui problemi, sulla sconfitta”. E allora “il Signore lavora, lavora con tanta forza ma trova resistenza: noi non abbiamo fiducia nella consolazione”. Del resto, ha aggiunto, “lo vediamo anche con i discepoli, la mattina della Pasqua: “Sì, ma io voglio toccare e assicurarmi bene”. C’è la “paura di rischiare, la paura di un’altra sconfitta”. Anche “i discepoli di Emmaus non volevano essere consolati, si allontanavano: “No, no, una sconfitta basta! Un’altra noi non la vogliamo”-

    Ormai dopo il salmo 151 proclamato domenica 8 dicembre 2018 qui siamo al quinto vangelo, secundum Franciscum.
    -Voglio toccare- sono le parole di San Tommaso dopo la prima apparizione di Gesù ai discepoli e che i discepoli di Emmaus non volessero essere consolati sono fantasie di un avvinazzato.

    Per non parlare della citazione di Isaia assolutamente fuori luogo. Consolate consolate sono parole di giubilo per la fine dell’Esilio, decretato da Dio perché ormai il popolo dei deportati aveva pagato abbastanza per i suoi peccati.

    Usque tamdem Francesco abutere patientia (atque praesunta ignorantia) nostra?

  • graeme taylor ha detto:

    I find the silly comment that our risen Lord in the tabernacle is a “distraction” to the Mass.
    This often repeated comment is the opinion of malformed clergy – by people with an agenda, beware of their “intellectual superiority” – the faith came to us from our parents and grandparents who knew only too well what they were assisting at – Calvary.

  • Astore da Cerquapalmata ha detto:

    Padre Cavalcoli ricorda che il Papa non può sbagliare, ma può essere negligente. Di una negligenza che può arrivare ad essere anche voluta.
    In effetti la confusione ragnante oggi nella Chiesa, non sono per certe le affermazioni di Papa Francesco, che, come nei casi più discussi dell’Amoris laetitia usa il condizionale e invita a studiare il caso che solleva.
    La confusione nasce perché certe volte non dice alcune cose o si rifiuta di rispondere.
    Negligenza? Imprudenza? O alla fine questa sua pastorale gli darà ragione? Oppure negligenza voluta? Non lo so.
    Di fatto non ha risposto ai dubia. Quando gli hanno fatto una domanda sulla liceità del preservativo ha risposto parlando gi giustizia sociale, parla quasi ogni giorno di migranti e mai dell’ideologia gender. E ciò mi lascia perplesso.
    Ma Francesco non è un eretico perché, anche non forsse tanto “ortodosso” in qualcosa, non lo insegna. E se lascia trasparire qualche dubbio, non lo fa con chiarezza.

    A questo punto chiedo a padre Cavalcoli: se un giorno (non mi riferisco a Papa Francesco), visto che il Papa non può sbagliare, un Papa proponesse una chiarissima eresia, ad esempio volesse abolire il dogma dell’assunzione per sostituirlo con un dogma contrario, vuol dire che il Papa in realtà è un falso Papa?

    • deutero.amedeo ha detto:

      E’ tutta una tautologia. L’infallibilità del Papa è verità assoluta perché la proclama lui che a causa della sua infallibilità è infallibile. Ciao.

      • ... ha detto:

        Veramente è un dogma ed è stato proclamato da un concilio, non da un papa individualmente. Il beato Pio IX scelse questo percorso anche per prevenire sciocche accuse per cui il papa se le canta e se le suona da solo. Va da sé che il tutto è sotto pena di scomunica. Va altrettanto da sè che lei farà del sarcasmo, come di consueto. Va a maggior ragione da sè che saranno problemi suoi e non miei.

  • paolo ha detto:

    volevo dire che nelle comunita’ evangeliche protestanti ci sono molte guarigioni (nel nome di Gesu’). Certo, il vizio e’ sempre quello: fuori della mia chiesa non c e salvezza. Dico vizio con rispetto. Lo provo’ Gesu’ con il centurione e gli apostoli con i non circoncisi. Ebbene queste comunita’ non credono ad es. alle apparizioni mariane…. Ora mi si dira’: scacciano satana perche son figli di satana e voi con cosa lo scacciate? (Vangelo). L albero non si vede dai frutti?

  • precisatore ha detto:

    “Anche ai Concili del passato fecero seguito interpretazioni eterodosse, per cui il Concilio seguente dovette rimediare ai malintesi sorti dopo il precedente. Al riguardo, è interessante seguire il passaggio dal Concilio di Nicea a quello di Efeso e a quello di Calcedonia. Si nota nelle reazioni a ciascun Concilio un andirivieni tra l’unità la dualità in Cristo: dopo Nicea nel 321, che evidenzia l’unità divina, Efeso nel 431 deve riparare al teopaschismo, all’arianesimo, al modalismo, al monofisismo e al docetismo, mentre Eutiche confonde le due nature. Tenta una soluzione Nestorio, il quale però esagera la dualità e finisce nella separazione fra le due nature.
    Allora Efeso ribadisce l’Incarnazione e ristabilisce l’unità divina. Ma resta il problema: come fa Cristo ad essere uno e due? Finalmente giunge la pace e la concordia con Calcedonia nel 451: Cristo è uno come persona divina e duplice nelle nature umana e divina. Ma quanto ce n’é voluta! Ed oggi un Rahner ha la spudoratezza di rimettere in discussione Calcedonia!”

    Gentile Padre, questo è quanto avevo scritto anch’io al buon Cesare Baronio, il quale mi ha accusato di sesquipedale ignoranza. Ritenendo che avesse male interpretato il mio pensiero, glielo ho precisato ed è arrivato un altro utente a dirmi di smammare, che sono un troll e che faccio figure di emme. Vediamo se scrivono le stesse cose anche a Lei.

    Su Papa Onorio, non è per fare il disfattista, ma il tema è già stato più volte puntualizzato e chiarito e purtuttavia vi sono utenti che regolarmente rimettono confusione sulla scia di taluni personaggi – sedicenti accademici – che insistono imperterriti nell’affermare che Papa Onorio fu condannato per eresia tout court. L’intento, ovvio, è quello di inventare precedenti per poter affermare che se fu eretico Onorio, allora può esserlo anche Francesco.
    Invece, occorrerebbe che ci si mettesse chiaro in testa, una volta per tutte, che la Chiesa MAI ha riconosciuto un determinato papa come eretico e MAI ha avallato qualsiasi ipotesi di papa eretico. Ma temo sia una vana speranza.

  • Rafael Brotero ha detto:

    … istituire simboli ed espressioni artistiche più significativi per la sensibilità e i gusti moderni…

    Geniale. Molto divertente.

  • salvatore ioime ha detto:

    Caro Baronio,senza voler offendere nessuno,Le consiglierei umilmente di lasciar perdere,è tempo perso (sempre con tutto il rispetto per il Suo cortese Interlocutore) la polemica,dalla S. Messa non poteva non spostarsi sul Concilio,il problema vero è quello;come è vero che il Padre Cavalcoli è chiaramente uno di quei sostenitori del ”Concilio tradito…”o ”male interpretato ecc. eccc….”Lei potrà portare tutte le argomentazioni di questo mondo,come ha già sperimentato nella querelle in corso,la risposta è sempre la stessa: ”…sono i cattivi,che hanno travisato ciò che era buono…” mi scusi se semplifico all’eccesso.Preghiamo,sì,perchè questi ”fratelli confusi e anche un poco ostinati” ricevano l’Aiuto dello Spirito e comprendano,sarebbe ora! Un augurio di Buon Natale nel Santo Nome del Signore. salvatore Ioime

    • GMZ ha detto:

      Caro Salvatore,
      Neppure io non credo Cavalcoli e Baronio troveranno un’intesa; ciò non ostante questa discussione è ben lungi dall’essere sterile: non è vana eristica, ma uno schietto confronto da cui noi lettori possiamo trarre grande beneficio.
      Spero quindi che Baronio e Cavalcoli vadano avanti finché ne avranno la possibilità; dopodiché le loro riflessioni potranno essere convenientemente racchiuse in un libro – uno dei migliori che ci sarà dato di poter leggere.
      Ossequi.

    • Cesare Baronio ha detto:

      Concordo, con rammarico.
      Avrei sperato in un passo avanti, ma mi par di capire che l’esser stato ordinato nel 1977 porti con sé le conseguenze ormai evidenti.
      B+

      • GMZ ha detto:

        Caro Baronio,
        Se un lettore ha fatto un passo avanti (verso il Vetus Ordo e lontano dal Concilio) il vostro argomentare non sarà stato vano.
        E sono sicuro che i frutti saranno ben più copiosi, in questo senso!
        Ossequi.

        • pope francis' blues ha detto:

          Eminenza Reverendissima, se i risultati della sua predicazione sono il plauso di soggetti come GMZ, le consiglio caldamente di fare altro…. 🙂

      • luigi c. ha detto:

        Caro Baronio, non è certo con questo spirito di supponenza che Lei renderà un servizio a chi La legge.
        Di fatto, Cavalcoli ha in tutta sobrietà argomentato andando dritto ai nodi del problema, peraltro mettendo in luce talune Sue gravi lacune storiche (vedasi la questione dei Concili e delle eresie conseguenti) e carenze logiche.
        Lei, al contrario, non ha ancora sviluppato dimostrazioni consistenti, prendendo i problemi alla larga e affrontandoli in modo indiretto (es.: valutazione dei “frutti”, argomento che potrebbe essere rovesciato guardando alla volgarità media che si riscontra negli scritti pubblici ed anonimi dei Suoi fans; utilizzo di elementi spurii e motivazioni individuali per valutare un documento ufficiale della Chiesa che, invece, dovrebbe prescinderne, etc.), fornendo soluzioni assertive e mai ragionate o almeno equilibrate (ossia che possano tenere presente la possibilità di una diversa lettura).
        La superbia con cui liquida padre Cavalcoli stigmatizzando che è stato ordinato nel 77 (ma Lei, poi, quando mai è stato ordinato?) e quindi inadatto a comprendere le Sue argomentazioni è – in tutta franchezza – il degno sigillo al Suo bizzarro, arrogante e inconsistente modo di argomentare para-teologico, che neppure la Sua verbosità è in grado di mascherare.
        Invece che squalificare così il Suo interlocutore, Lei dovrebbe ringraziarlo per averLe dato una lezione gratuita su come si argomenta.
        Ah…e già che c’é, cambi nome di battaglia, perché il vero Cesare Baronio – altra cosa che Lei non sa – era l’esatto opposto di ciò che Lei dimostra di essere e, tra l’altro, era particolarmente caro ad Angelo Roncalli che Lei certamente considera un antipapa.
        Arrivederci.

  • Alessandro Boselli ha detto:

    Due soli spunti, p. Cavalcoli:
    Gli alberi li riconoscerete dai frutti… e s. Paolo 2cor 6, 14-18: che accordo fra Cristo e Belial? Che rapporto tra il fedele e l’ infedele? ecc.

  • attenzione prego ha detto:

    Cesare Baronio
    ” prevedendo in risposta l’acclamazione dei fedeli «Mortem tuam annuntiamus Domine, etc.» che appartiene alla liturgia protestante. Faccio inoltre notare che, appena disceso Nostro Signore nelle Specie Eucaristiche, il riferimento escatologico «donec venias» («nell’attesa della tua venuta») è quantomeno pedagogicamente fuori luogo”.

    Veramente è di origine paolina (1cor) e il “donec venias” (che non implica sostituzione della Presenza Reale, ma il termine sino a quando si opererà il sacrificio eucaristico) è presente in numerosissime liturgie antiche (Divina Liturgia di San Basilio, D.L. di San Giovanni Crisostomo, D.L di San Marco….forse erano protestanti pure loro….)

  • Roberto ha detto:

    Alcune tra le riflessioni di P. Cavalcoli mi lasciano l’amaro in bocca anche in linea teoretica. Ma non essendo un teologo mi astengo dal commentare. E’ solo una sensazione personale.
    Volevo invece sottolineare che:
    1-NELLA PRATICA non c’è alcun rispetto e considerazione nei confronti del VO. Poter parteciparvi è difficoltoso e talora impossibile a secondo della zona in cui si vive. A meno di non sobbarcarsi centinaia di km di strada. Il motu proprio è, nella realtà, disatteso con tattica semplice e sempre efficace: non opporsi in fronte aperto ma lasciare morire, per anemia, un provvedimento cui non si vuole ottemperare. Gli Italiani sono maestri in quest’arte basti guardare quanti provvedimenti della legislazione civile hanno fatto questa fine. La maggior parte dei sacerdoti, si rifiuta celebrare il VO quasi sempre dietro alla scusa che non ne è capace. Nei loro volti, quando lo affermano, si legge talvolta un sincero dispiacere (che non li giustifica: possono imparare!). In altri è malcelato il fatto che sia un modo sbrigativo per togliersi l’importuno di torno. E talvolta con uno sguardo sprezzante con il quale ti fanno sentire uno strampalato, in vena di “novità” assurde.
    2-NELLA PRATICA le dotte discussioni fra i due eminenti contendenti, non hanno alcuna rilevanza. Chi assiste alla Messa non è il dotto teologo il quale saprà darsi conto e ragione del come e del perché di ogni parola e azione dei due riti. Il popolino è sempre più “-ino”, sempre più anziano con l’usuale prevalenza di vecchiette le quali peraltro, almeno dalle mie parti, mi stupiscono in quanto a volte più “rivoluzionarie” dei fedeli più giovani!.
    Il popolo non sa nulla, non chiede nulla e nessuno gli spiega nulla, tanto meno dal pulpito.
    Quello che gli resta è il rito stereotipato a cui partecipa con maggior o minor consapevolezza ottenendone ciascuno la grazia che il Signore gli concede. Chi impone novità, anche fossero discutibili, sa’ che esse verranno digerite ci volesse uno, dieci o cento anni. Il fedele che è stato abituato alle “cose buone della Cena luterana”, entro un ragionevole lasso di tempo (..o già oggi) quando gli capiterà di assistere a tale rito, magari in concelebrazione ecumenica dentro un chiesa cattolica, non avvertirà il minimo problema.
    3- NELLA PRATICA anche molti sacerdoti e religiosi faranno lo stesso. Per ignoranza, per convinzione, perché nei seminari gli è stato insegnato che va bene così. Che poi alcuni di loro, personalizzino ulteriormente il rito, non vedo perché debba stupirci. Una volta rotta la barriera del “non toccare o muori fulminato”, i più timidi toccheranno la recinzione altri la scavalcheranno.
    4- NELLA PRATICA un’azienda quando introduce delle novità nella sua politica aziendale, ne valuta costantemente i risultati e se constata che è inefficace o deleteria, ritorna su i suoi passi. Il CVII è stata una “buona pratica aziendale”? Cedere parte del proprio know-how in cambio di un’alleanza con i propri avversari (protestanti) e poi verificare che questi sono in fallimento totale ancora prima di noi, è stata una buona strategia? Chiedo scusa per le metafore azzardate e riconosco che questo parallelo potrebbe risultare non adeguato a zone del mondo diverse dalla nostra triste Europa, ex faro del mondo. In America Latina, per esempio, le cose sembrerebbereo diverse specie per i protestanti. Ma è davvero così? Parliamone.
    4-NELLA PRATICA: in questo frangente storico nel quale la nostra Santa Religione appare in grandissima difficoltà con caratteristiche peculiari che non si sono mai viste nella storia, è meglio innovare o praticar un prudente immobilismo. Io opto decisamente per l’immobilismo. Introdurre novità in un corpo malato mi sembra deleterio. Viceversa se un corpo è sano, solido e fiorente.

    In conclusione.
    -Il VO era davvero più resistente agli attacchi dei novatori? Penso di sì.
    -Il popolo dei fedeli assiste oggi con lo stesso grado di passività al NO quanto ieri assisteva al VE decretando il sostanziale fallimento di tutti i buoni propositi della riforma liturgica. Detto questo, mi chiedo: il popolo era più al sicuro assistendo passivo al VO o concelebrando il NO? Personalmente direi il VO.
    -Personalmente a Messa ci vado e assisto, non per scelta, al NO cercando di limitare i danni con Sacerdoti che almeno si sforzano di celebrarla degnamente. Potessi scegliere farei altrimenti e lo faccio quando si presenta l’occasione. Ma oltre alla difficoltà di reperire la celebrazione, ne esiste anche un’altra di ordine famigliare: ai miei non c’è verso di farli assistere al VO. E allora, secondo me, faccio meno danno a conservare l’unità famigliare nella fede che non disgregarla per assistere, separatamente, ai due riti.

  • Vincenzo Calabrese ha detto:

    Un interessantissimo dibattito e di altissimo livello: cosa a cui la massa dei cattolici ‘svogliati e distratti’ non sono più abituati da decenni e forse da secoli…
    Quel che viene fuori – mi pare – è la conferma che il Concilio Vaticano II sia stata una porta attraverso cui siano entrate ufficialmente nella fortezza fino allora invalicabile del ‘mondo cattolico di un tempo’ delle idee, delle ritualità, degli atteggiamenti che erano tipici del mondo protestante. Elementi che i padri conciliari hanno voluto interpretare in forma edulcorata, per inserirli all’interno di piccoli spazi interpretativi che potevano dare loro una forma di cattolicità. E così Padre Cavalcoli riesce a giustificare l’accettazione di molti elementi all’apparenza estranei al mondo cattolico ‘tradizionale’. Certo che poi – come sta succedendo oggi con Amoris Laetitia – i singoli consacrati interpretano a modo loro determinati passaggi, facendo svarioni incredibili… Il fumo di Satana non è entrato in Vaticano da alcune fessure, ma direttamente dal portone principale, a causa della benevolenza (non vorrei dire del doppiogiochismo intellettuale) di due pontefici e di molto alto clero che non si è opposto a certe innovazioni, all’apparenza MERITORIE e GESTIBILI, ma di fatto MAL SEGUITE nella loro applicazione.
    E qui sta il grande peccato STORICO dei PADRI CONCILIARI: ben sapevano dai concili precedenti che accettando molti documenti conciliari andavano ad aprire spazi enormi al mondo protestante, alterando in modo evidentissimo la cultura e la liturgia cattolica di sempre… Cambiamenti di quel tipo avrebbero avuto bisogno di un alto clero compatto e forte intellettualmente, mentre invece le idee moderniste tanto attaccate dai papi precedenti, ormai venivano accettate (magari in forma appunto edulcorata) non solo da molti vescovi, ma anche dai pontefici regnanti… E ieri come oggi è deprimente e scoraggiante immaginare un gruppo di vescovi che voglia opporsi apertamente al pontefice… E così lo zatterone di Pietro imbarca sempre più acqua…

  • Under Jolly Roger ha detto:

    Bravo Padre Cavalcoli e grazie.
    Lei parla e agisce con equilibrio, schiettezza, verità, carità e amore alla Chiesa, da vero figlio di San Domenico.
    Dio la benedica!

  • alessandro ha detto:

    Desidererei conoscere il pensiero di Baronio sulla Dominus Iesus e cioè se esso possa essere considerato integrativo e/o correttivo della Nostra Aetate

  • Adriana ha detto:

    Mi piacerebbe che gli esimi teologi non fossero tanto ignoranti d’arte . La ” Gioconda di Raffaello ” ,- concetto qui ribadito , ( perciò non casuale ) , non si può proprio sentire .
    Ci sono – oppure c’erano ( ? ) i peccatori contro Dio , Natura ed Arte Non so come si chiamino oggi , so solo che non è una razza estinta..
    l

  • Ángel Manuel González Fernández ha detto:

    Caro Direttore buona informazione:
    http://www.lanuovabq.it/it/gesu-e-evaporato-cosi-il-vescovo-distrugge-il-miracolo
    Ci sono molti stronzi, idioti, persone cattive e figli di Satana.
    Saluti.

    • Guendalina D'Alba ha detto:

      Ho letto l’articolo proposto da NBQ di oggi. Scusate, forse vado fuori tema, ma una domanda mi è sorta spontanea: non sarebbe stato molto più semplice, segno di riverenza nei confronti dell’Eucarestia e gesto che evitava ogni possibile sacrilegio il fatto che il diacono che ha raccolto la particola la consumasse subito? A me, quando andavo al catechismo della Prima Comunione, mi venne insegnato che nel malaugurato caso una particola consacrata avesse a cadere il fedele si ferma e il sacerdote la raccoglie ed egli stesso la consuma… non penso che il pavimento della suddetta chiesa fosse così lurido da non permettere il gesto più semplice, rispettoso e senza strascichi…polemici… ecco mi pare che si cerchi da ogni parte e in ogni occasione…la polemica…anzi che si creino ad arte occasioni di scandalo e polemiche… Infine…cari fratelli in Cristo auguro a tutti voi un Santo Natale! Saluti, Guendalina.

  • Maria Teresa ha detto:

    Il vostro parlare sia sì sì no no; il di più viene dal maligno;

    Dai frutti li riconoscerete…

    • Pino ha detto:

      Beh cara signora…stabilire se sia più logorroico Cavalcoli o Baronio (che scrive anche con altri nick) é una bella impresa. ..

      • Cesare Baronio ha detto:

        Egregio Signor Pino,

        che Lei esprima opinioni sulla logorroicità di padre Cavalcoli e mia, è pur legittimo, anche se la complessità della materia trattata non permette di esser troppo sintetici, se non a danno della chiarezza.

        Quanto al fatto che io scriva con altri “nick”, mi permetto di contraddirLa: a meno che non soffra di un disturbo bipolare della personalità, io pubblico solo con lo pseudonimo di Cesare Baronio, anche perché non ho motivo di disorientare i lettori che mi seguono. La invito pertanto a voler esser più cauto nelle Sue affermazioni, che sono e rimangono non solo Sue personalissime congetture, ma anche del tutto infondate.

        • A volte tornano ha detto:

          Ha perfettamente ragione mons Baronio, purtroppo su questo blog scrivono moltissimi trolloni multinik e quindi pensano che tutti gli altri agiscano come loro…..dimenticando che invece ci sono anche persone serie, non sciocche e non banali, soprattutto non dedite come loro,a pagamento, allo zerbinaggio BERGOGLIOLATRA, che obnubila il loro cervello e il loro spirito critico. Da parte mia la ringrazio per le sue profondissima riflessioni e per la sua testimonianza di Fedeltà e Fede che da forza anche a noi. Su cavalcoli….Be’ mi astengo perché sennò il dottor Tosatti finisce in difficoltà per causa mia e non vorrei mai😊😊