LETTERA A UNA RAGAZZA IN TURCHIA. TRE STORIE DI DONNE DAL GENOCIDIO DEGLI ARMENI. ANTONIA ARSLAN.

Marco Tosatti

Abbiamo letto “Lettera a una ragazza in Turchia”, di Antonia Arslan, e ve lo consigliamo caldamente. È un libro piccolo: 141 pagine, dense di una scrittura sapiente e che sa toccare molte corde diverse. Sono tre storie di armeni di quella che adesso è la Turchia, e che allora era una parte dell’impero ottomano. E Antonia si rivolge a un’immaginaria ragazza di oggi: “Tu ci sei nata e ci stai adesso, in quel magnifico Paese dove i miei antenati per millenni hanno vissuto, combattuto, creato regni e chiese di cristallo, discordie fratricide, insanabili. Da dove noi siamo stati cacciati per sempre”.

Per chi, e forse ce ne sono ancora, sa poco o nulla del Genocidio armeno, il Metz Yeghèrn, il Grande male, il primo genocidio del secolo dei genocidi, questo libro può essere un primo contatto con quell’orrore, il cui know how è stato poi usato dai nazisti nella Shoah.

Non è solo Storia, è Cronaca: “Quello che tu puoi vedere…è un Paese vuoto, dove sta da cent’anni una gente recente che ha sostituito gli antichi abitanti, e non vuole sapere nulla di quel passato, né di quei sofferenti fantasmi”.

Nel 1915 il governo turco dell’epoca lanciava il piano di sterminio della minoranza armena, la più grande comunità cristiana a oriente di Venezia. Gli storici valutano fra il milione e il milione e mezzo gli armeni, uomini, donne e bambini, massacrati in tutti i modi in cui l’ingegno umano può diabolicamente esercitarsi. “È possibile, mia cara, è perfino probabile, che tu sia non solo turca, che il sogno che vi viene inculcato fin dal giardino d’infanzia di una purezza di sangue che vi rende eredi diretti dei conquistatori venuti dalle steppe sia un vano artificio retorico. Molto vi siete mescolati col sangue dei conquistati. Il numero delle bambine giovani donne armene che vennero rapite e inserite in famiglie turche, togliendo loro nome, identità, religione, alfabeto e scrittura, costumi e contatti con altri sopravvissuti è rimasto ignoto per più di ottant’anni”. Ora stanno uscendo, piano piano, le storie e le persone, e i nipoti rivendicano un’identità cancellata nel sangue, e negata, in maniera attiva dal governo di Ankara; negata come l’esistenza stessa del genocidio, “dalla ferrea cupola ufficiale della menzogna di Stato”.

Il libro accenna al futuro, e dice: “I superstiti di un tempo avevano più speranza: l’orrore indicibile c’era stato, ma era dietro di loro, nel passato, non da qualche parte in un futuro possibile”. Come invece accade a noi “pervasi da oscure premonizioni, anche se con mille esorcismi tentiamo di ignorarle, di sistemarle in angoli bui e chiusi della nostra testa”.

Il libro si compone di tre storie, di donne (e di uomini) armeni, travolte nel gorgo del genocidio. Una di esse, Heranush, riuscirà a salvarsi, ad arrivare in America, a creare una famiglia, e a diventare una grande imprenditrice. Nel calvario dall’Anatolia verso l’oceano c’è una tappa a Parigi, un giorno solo. Le altre profughe del gruppo la convincono ad andare a vedere la torre Eiffel. Heranush ha tredici anni, è una bimba affamata, con pochi soldi in tasca, che le devono bastare per chissà quanto. Entrano in un grande magazzino. “E lì la bimba affamata che è in lei si innamora di un cappellino, che diventa per lei ‘Il Cappello’ e rappresenta, più che la realizzazione di un sogno, la felicità di poterselo comprare”. In realtà non potrebbe, Heranush, comprarselo: ma racconta, molti anni dopo: “Io sono una povera rifugiata che ha conosciuto ben pochi giorni della sua vita senza fame o paura, ma possiedo un cappello di Parigi, e lo amerò per sempre”. Il Cappello giunse in America, con Heranush. Ma il resto della storia lo trovate nel libro. Di Heranush e del suo cappellino ci siamo innamorati.



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24 pensieri su “LETTERA A UNA RAGAZZA IN TURCHIA. TRE STORIE DI DONNE DAL GENOCIDIO DEGLI ARMENI. ANTONIA ARSLAN.”

  1. Lucio R.: tutto molto interessante, il suo commento. Tuttavia, non concordo dove scrive “purtroppo” riguardo alla rinuncia del plurale majestatis.
    Meno male, invece!
    Oltre ad avere esempio di papi che, evidente, non sono stati scelti dallo Spirito Santo, ma se lo immagina un papa come l’attuale che elogia Emma Bonino che, a tutti è noto, si è dichiarata mai pentita e fiera di aver praticato innumerevoli aborti, facendone elogio usando il plurale majestatis, il Noi, ovvero suggerendo che sia per Grazia di Dio? E si immagini le interviste con Scalfari, quelle estemporanee sull’aereo, si immagini quel Noi che spiega, volendo fare il piacione, che Gesù fa un po’ li scemo con l’adultera e via delirando…

    In questo, se fu volontà di Paolo VI, se già Giovanni Paolo II non usava il plurale majestatis, io li ringrazio si tutto cuore di esser stati così previdenti e di averci risparmiato una parte dell’insolito bike che già ci affligge con questo pontefice.
    quale, se usasse il noi, finirebbe per dissacrare, denigrare e degradare più forte, non già il ruolo che fu di Pietro come Vicario di Cristo, ma di Cristo stesso, di Dio, dello Spirito Santo (che vuole a litigare a porte chiuse, non so se si rende conto come suona già così, si figuri col Noi..).

    Per quanto riguarda, invece, il discorso sull’immagine paterna di Gesù Figlio di Dio e dell’uomo, certo quel che spiega ha la sua ratio ma confonderebbe ulteriormente tantissimi credenti e ciò non gioverebbe né a ciascuno di loro, né alla Chiesa. Oltretutto, credo che pensiero di un nostro fratello più Santo, più grande di noi (dove noi siamo i piccoli fratelli e sorelle in Cristo, i minimi) sia non solo funzionale più che quella che lei suggerisce, ma è molto bella e permette una rappresentazione più ampia, consolidata nel tempo dalla tradizione.

    Sia lodato Gesù Cristo.

    1. Mi scuso per alcune parole che sembrano non attinenti al discorso: è proprio così, sono iniziative del dannato T9 (fa anche di peggio, leggendo miei passati commenti).
      Spero resti comprensibile discorso e senza troppa fatica.

    2. Ovviamente rispetto la sua opinione.

      Io mi sono riferito ai «Papi» e non al papa attuale; alla “figura”, al ruolo del Papa e non al papa attuale o ad uno specifico in generale (se ne ho nominato due è solo per indicare i termini temporali in cui è avvenuto quel mutamento di forma, o di sensibilità). Rimango del parere che prescindendo dalle buone intenzioni è in questo modo che la “figura” del Papa ha incominciato ad assumere un ruolo più terreno e meno carismatico: a parte la rinuncia a riferirsi al mandato di Vicario di Cristo (è questo il vero significato del «Noi» se pronunciato dal Papa; non è un atto di prosopopea da parte del Servo dei servi), l’andare continuamente in giro per il mondo (proprio quando i mezzi di comunicazione sono potentemente progrediti, tanto che vedere o sentire una manifestazione pubblica, rispetto a mezzo secolo fa è molto più facile restando a casa che andare sul posto); chiacchierare in modo informale con i giornalisti nell’aereo o altrove (il modo migliore per far travisare ciò che vien detto); ed altri comportamenti mutuati da quelli di un qualunque politico o sindacalista (o addirittura di una “star”) non li ha inventati l’ultimo papa; solo che i suoi predecessori, anche se i mezzi erano impropri per quanto detto prima, ne avevano fatto un uso consono (almeno nelle intenzioni) alla missione di un Papa (evangelizzare, confermare nella fede). L’ultimo invece… sappiamo che uso ne fa.

      Prendendo come esempio la scienza medica (o qualunque altra professione: il paragone è solo funzionale, ovviamente, perché quella del Papa, ma anche dell’ultimo prete ordinato, non è una professione né un mestiere, ma una missione), essi hanno una loro deontologia, cioè un modello di comportamento, delle norme non solo scritte seguendo le quali essi onorano la professione che esercitano. Il fatto che ci siano dei medici che non la seguono, come per esempio quelli che uccidono anziché curare, oggi in gran numero e che saranno sempre di più, cosa ci dice: che dobbiamo cambiare la deontologia della professione del medico (domanda retorica: perché di fatto è già cambiata)? Cosa dobbiamo dire: che la scienza medica anziché curare uccide?
      (Ripeto: l’esempio è solo funzionale).

      Io personalmente mi sentirei molto più gratificato sentendomi chiamare dal Papa “figlio” che non “fratello”; molto più “al sicuro”. Naturalmente non significa che la “fratellanza” sia un legame da respingere: perfino la Massoneria esalta la “Fraternité”. Però respinge la Figliolanza, perché concepisce “fratelli” sudditi.

      I figli, amorevolmente accolti dal Padre, non sono sudditi.

      Sempre sia lodato.

      1. Lucio R, certamente rispetto anche io la sua opinione. Oltretutto convergendo in molte sue osservazioni.

        E dove scrive che “Io personalmente mi sentirei molto più gratificato sentendomi chiamare dal Papa “figlio” che non “fratello”, vale anche per me.

        Beh, questo vale se penso a Giovanni Paolo II e Benedetto XVI di cui ho memoria, oltre che alla figura del papa in quanto tale, in astratto: se penso all’attuale papa, invece, sarei a disagio anche se mi chiamasse biscugino, altro che gratificato .. 🙂

  2. Dopo i fuori tema stilistici, tornando all’argomento principale, desidero segnalare a chi non lo conoscesse e volesse approfondire un altro romanzo che il nostro ospite ha sicuramente già letto:“I quaranta giorni del Mussa Dagh” di Franz Werfel (anno 1929), testimonianza sconvolgente di quel terribile genocidio di un popolo cristiano

    1. Cara Serena, anni fa compulsando le fonti originali in armeno con F.Amabile scrissi un libro, La vera storia del Mussa Dagh e un seguito Gli eroi traditi.

      1. Non conoscevo questi suoi libri, ma ho visto che è possibile acquistarli online e lo farò senz’altro perchè certamente mi faranno conoscere altri aspetti della tremenda tragedia di questo popolo, che mi ha profondamente colpito e di cui ancora non è stata scritta la parola fine.

  3. @Lucio R
    Mi ha dato una bella lezione della quale ringrazio! Ero rimasta a quando mia zia mi spiegava come dovevo scrivere le letterine per la maestra. Lei mi diceva: “scrivi “io” (e non “noi”) e, mi raccomando, sempre con la minuscola, e sempre dopo gli altri nomi che citi, altrimenti metti prima l’asino e dopo il padrone! ” Lei me lo diceva molto più efficacemente in un dialetto che purtroppo non so scrivere.

    1. Cara Serena, mi creda, non ho inteso dare lezioni a nessuno.
      Sono peraltro d’accordo che il “noi”, maiuscolo o minuscolo che sia, può essere usato da personaggi arroganti e spocchiosi non nel senso da me indicato. Solo che non era certamente questo il caso del dott. Tosatti.
      Il suggerimento di sua nonna inoltre, quello di citare gli altri prima di se stessi (tranne casi particolari), era dettato da saggezza, oltre che da buona educazione.

  4. Il terribile massacro degli armeni, anche per le orrende crudelta’ che lo accompagnarono, simile ai tanti orrori del 900 , anche se piu’ (volutamente) dimenticato, ricorda l’incombente presenza del male nel mondo. Possiamo pensare seriamente di evitarlo solo con gli inviti al dialogo e alla comprensione, nell ‘illusione che senza preghiera, penitenza e conversione, essi possano essere efficaci? Anche l’aborto fa parte di questo male. Non sono le vane ricette di rimedi socio-politici (Venezuela docet) che ci libereranno dall ‘ opera del maligno, ma solo l’abbandono alla volonta’ del Signore.

  5. Grazie dott Tosatti, per le mie prossime ferie le letture che lei ci suggerisce sono proprio da prendere in considerazione, poi le saprò dire. Grazie mille del suo prezioso lavoro d’informazione libera attenta e coraggiosa. Dio la Benedica. Buona giornata.

  6. Perché scrive “abbiamo letto, ve lo consigliamo, ci siamo innamorati”, invece di “ho letto, ve lo consiglio, mi sono innamorato”?

      1. Mi permetto: “Io” con la maiuscola ( o fatto precedere ai nomi di altri) è la vacca di Giove, ma “io” con la minuscola è più modesto del “nos” maiestatis. A meno che il “noi” si riferisca anche a collaboratori che leggono, riferiscono e consigliano. Peraltro ottimi, i consigli, che seguirò senz’altro.

          1. L’uso del “noi”, e più generalmente dei verbi coniugati alla prima persona plurale anziché singolare, non sempre è indizio di immodestia, ma purtroppo oggi queste cose non si colgono più, non avendo oggi riferimenti autorevoli che ci facciano percepire tali sottigliezze. Per “riferimenti” mi riferisco a rappresentanti di un “mondo della cultura” che salvo eccezione, sono oggi al livello di “Wikipedia” dalla quale abbondantemente copiano ed incollano.

            Innanzi tutto c’è differenza tra il “Noi” (con l’iniziale maiuscola) ed il “noi”, che una singola persona riferisce a se stesso.
            Il secondo caso è (o era) spesso usato quando il narrante tende ad assumere un aspetto anonimo in un racconto, o addirittura come cenno di modestia, se affronta un’analisi o una riflessione di una certa elevatezza, quasi a stornare dalla sua persona l’eventuale apprezzamento di chi lo legga.

            Il “Noi” invece un tempo era legittimo quando si riteneva (e si era convinti) che i Re e i Papi ricevessero la loro autorità da Dio. E allora quel “Noi” sottintendeva “Io per grazia di Dio”; “Io a nome di Dio”; “Dio per mezzo mio”.
            Co la fine dei regni (tranne quelli farlocchi oggi esistenti), e della mentalità che l’ “Autorità viene da Dio”, ai Presidenti della Repubblica non è certo consentito tale pluralis majestatis non discendente da alcun Ente superiore, anche quando lo usano (non è certo il popolo, che rappresentano, ad ispirarli); ma dovrebbe ancora essere usato dal Vicario di Cristo. Purtroppo dopo Paolo VI, credo per una male intesa dimostrazione di umiltà (lodevolissima in quanto uomo ma non in quanto vicario di Cristo: non dimentichiamo che se Gesù fu Umile nella sa Natura umana in quanto Dio supera infinitamente ogni valore umano), dopo Paolo VI, dicevo, tale necessaria forma è stata abbandonata.
            Altra forma che è stata abbandonata è quello del modo di rivolgersi del Papa al proprio gregge nelle omelie, nei discorsi ecc. Prima di Giovanni Paolo II essi venivano iniziati quasi sempre con l’espressione “figli” (“Cari figli”; “diletti figli”…); dopo di che questa espressione è stata sostituita quasi sempre da “fratelli”, o altro. Anche qui, credo, per un atto di male intesa umiltà, con la buona (ma inopportuna) intenzione di far capire che anche il Papa è un credente come il più umile del suo gregge. Ma anche qui c’è solo una visione umana del ruolo papale; perché Gesù, se è vero che è nostro Fratello. in unità con il Padre e lo Spirito Santo è Dio e quindi anche nostro Padre; e l’Umanità sofferente e peccatrice ha più bisogno di un Padre che di un fratello. Ma non per niente, in parallelo con la mentalità mondana il ruolo del Padre (celeste) è stato offuscato con la conseguenza dell’offuscamento della figura del padre terreno; se non origine, una delle maggiori cause del disfacimento della famiglia, anche in ambiente cristiano.

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