OPUS DEI. MA IN CILE, A LAS CONDES, SI PRONUNCIA OPUS GAY. IL SINDACO LAVÌN ALZA BANDIERA ARCOBALENO.

Marco Tosatti

Infovaticana, il grande sito di informazione ispanofono, ha una notizia che vi riportiamo brevemente, perché ci sembra interessante di un clima sempre più assillante, nell’assenza di richiami da parte delle autorità e di troppi pastori alla dottrina – fino ad ora non smentita – della Chiesa.

La notizia viene dal Cile. Joaquin Lavìn è un membro soprannumerario dell’Opus Dei. È anche, dicono, una delle personalità più note della Prelatura nel Paese. Lavìn è anche sindaco di Las Condes, un comune della zona nord-orientale di Santiago del Cile. Las Condes, insieme a Providencia e al comune di Santiago rappresentano l’asse commerciale, finanziario e turistico della capitale. I suoi abitanti sono di livello medio-alto.

Joaquin Lavìn è stati ministro dell’Educazione e delle Sviluppo sociale del Paese, e anche sindaco di Santiago. È stato anche candidato alla Presidenza. È padre di sette figli.

Il 17 maggio scorso nel giorno della “diversità sessuale” Lavìn pubblicò su Twitter la foto di una bandiera arcobaleno, con la didascalia: “Questa bandiera è oggi a @Muni_LasCondes come segno di rispetto e di non discriminazione @Movilh”.

El Movilh è il movimento di integrazione e liberazione omosessuale cileno. Lo stesso Lavìn quattro anni fa sempre su Twitter sosteneva che permettere il matrimonio omosessuale “contraddiceva i valori cristiani”. Ma quattro anni fa non c’era ancora Francesco, e la nota lobby, in Vaticano e fuori era contrastata e combattuta. Intelligenti pauca.



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USA: SCUOLA CATTOLICA RIMUOVE LE STATUE RELIGIOSE – MADONNA E BAMBINO INCLUSI – PER ESSERE PIÙ “INCLUSIVA”.

Marco Tosatti

Una scuola cattolica negli Stati Uniti ha deciso di rimuovere tutte le statue religiose, e anche icone e immagini di minor grandezza, così da diventare più inclusiva. Naturalmente un gesto del genere ha provocato reazioni da parte di alcuni genitori cattolici. Gli oggetti rimossi sono stati messi in un deposito. La notizia è stata data dal Marin Independent Journal. La scuola interessata è un istituto domenicano, intitolato a San Domenico.

Shannon Fitzpatrick ha scritto una mail al Comitato direttivo della scuola: “Articolare un fondamento inclusivo – ha scritto – appare con il significato di lasciar cadere oltre 167 anni di tradizione di San Domenico come scuola cattolica e di avere paura, e di vergognarsi di celebrare il proprio patrimonio e ciò in cui si crede”, ha scritto Fitzpatrick, il cui figlio, di otto anni, frequenta l’istituto.

E ha aggiunto: “In questo periodo la parola ‘Cattolica’ è stato rimosso dalla dichiarazione di missione, sacramenti sono stati tolti dal curriculum, il curriculum scolastico inferiore è stato modificato in ‘religioni del mondo’, il logo e i colori sono stati cambiati per essere ‘meno cattolici’ e l’uniforme è stata modificata per essere meno cattolico”. E ha concluso: “ci sono altre famiglie che hanno le stesse preoccupazioni che faccio. Molti genitori sentono che se la scuola si stava dirigendo in una direzione diversa la comunità di San Domenico avrebbe dovuto essere avvisata prima della firma di iscrizione per l’anno successivo.” Cheryl Newell, che ha quattro figli che hanno frequentato San Domenico, ha detto, “io sono estremamente delusa nella scuola e nella direzione che stanno prendendo. Non è una cosa nuova, che stiano intenzionalmente erodendo loro eredità cattolica. Stanno cercando di essere qualcosa per tutti e che non accontentano nessuno”.

Kim Pipki, la cui figlia ha lasciato San Domenico due anni fa, dopo la promozione dalla terza media, ha detto alcune delle statue sono state importanti anche per le famiglie che non sono cattoliche. “La statua principale, quella che ha indignato tutti, era quella di Maria con il Bambino Gesù”, ha detto Pipki. “Era al centro del cortile della scuola primaria”. Pipki ha raccontato che la scuola aveva una cerimonia nella quale i bambini ponevano una corona sulla statua di Maria. “Era meno parlare di Dio, e più trasmettere alcune tradizione. La gente è rimasta choccata che la statua sia stata messa in deposito”.

Amy Skewes-Cox, che dirige il Consiglio dei fiduciari della scuola di San ha detto che la delocalizzazione e la rimozione di parte delle 180 icone religiose della scuola era “completamente in conformità” con il nuovo piano strategico di San Domenico, approvato all’unanimità dal Consiglio dei fiduciari e dalle Suore domenicane di San Rafael lo scorso anno. Ha detto che almeno 18 icone rimangono, tra cui una statua di s. Domenico al centro del campus.

Suor Maureen McInerney, Priora generale delle suore domenicane di San Rafael, ha detto di non aver visitato il campus e di non voler entrare nei dettagli. “San Domenico è una scuola cattolica; accoglie anche persone di tutte le fedi” ha detto. “Sta facendo uno sforzo per essere inclusiva di tutte le fedi”.

Un obiettivo dichiarato del piano strategico è quello di “rafforzare l’identità di San Domenico come independent school” e articolare chiaramente il suo “fondamento spirituale inclusivo”.

San Domenico è stata fondata dalle Suore Domenicane nel 1850 come una scuola indipendente, cattolica — che significa che non è di proprietà o gestito da una parrocchia o un ordine religioso. “San Domenico è una scuola cattolica e una scuola indipendente,” ha detto la preside Cecily Stock, “ma stavamo scoprendo dopo aver fatto qualche ricerca che nell’opinione pubblica più ampia eravamo conosciuti come una scuola cattolica e non come una scuola indipendente. Vogliamo fare in modo che le potenziali famiglie siano consapevoli del fatto che siamo una scuola indipendente”.

Di 660 studenti che frequentano la scuola di K-12, 121 sono residenti e 98 di questi vengono da British Columbia, Beijing, Shanghai, Hong Kong, Messico, Corea, Thailandia e Vietnam. Gli studenti che frequentano San Domenico provengono da una varietà di sfondi religiosi oltre al cristianesimo: ebraismo, buddismo, induismo e islam.

Skewes-Cox ha detto, “Se camminate sul campus e la prima cosa che incontrare sono tre o quattro statue di San Domenico o San Francesco, questo potrebbe essere alienante per chi èdi un’ altra religione, e non abbiamo voluto aumentare quella sensazione.”

Stock ha detto che i genitori di alcuni possibili nuovi studenti che hanno visitato il campus hanno espresso preoccupazione per questo.

Nella sua e-mail alla scuola, Fitzpatrick ha scritto che ha cominciato a preoccuparsi quando sono stati aboliti l’insegnamento che portava alla prima confessione e alla prima comunione. Stock ha detto che due anni fa la scuola ha iniziato ad offrire il Catechismo nel dopo scuola e poi l’anno scorso è stato abbandonato”. Stock ha detto, “negli ultimi anni abbiamo avuto un minor numero di studenti cattolici come parte della Comunità e un numero maggiore di studenti di varie tradizioni di fede. Al momento circa l’80 per cento delle nostre famiglie non si identificano come cattoliche”.

Invece di fare lezione agli studenti in teologia cattolica, San Domenico offre agli studenti informazioni in filosofia e religioni del mondo. “Si tratta di responsabilizzare ogni studente e dare loro le informazioni in modo da poter scoprire il proprio scopo, la propria verità,” ha detto Stock. “Crediamo che il modo migliore per capire la propria fede sia imparare riguardo alle fedi altrui.”

Mirza Khan, direttore della scuola di filosofia, etica e religioni del mondo, ha detto, “la filosofia di insegnamento domenica non è insegnare che c’è solo una verità. È favorire la conversazione intenzionalmente invitare i partecipanti che hanno prospettive diverse in un processo molto aperto di indagine filosofica e spirituale. Che è stata una lunga parte della tradizione domenicana.”

Khan, il cui padre e nonno erano maestri Sufi in India, ha ricevuto un grado di bachelor in religioni comparate al Bard College. Prima di diventare un insegnante presso San Domenico circa 10 anni fa, ha lavorato come assistente di ricerca di un professore all’Università ebraica di Gerusalemme.

È tutto molto bello e istruttivo. Ma perché continuare a chiamarsi “cattolici” se sembra una parola imbarazzante, di cui vergognarsi?



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LA CASA DEI GIOVANI EROI. UN LIBRO DI ANTONIO SOCCI. LA BATTAGLIA DI CATERINA, DELLA SUA FAMIGLIA E DEI SUOI AMICI.

Marco Tosatti

Oggi chi scrive vorrebbe parlarvi brevemente di un libro che ha letto tutto d’un fiato: La casa dei giovani eroi, di Antonio Socci, edito da Rizzoli. Giustamente il sottotitolo è “Storia di Caterina e altri guerrieri”. Che sono quelli, come lei, che lottano. Contro un corpo che li ha imprigionati. Caterina è la figlia di Antonio e Alessandra. “Contro tutte le previsioni il suo cuore riprese a battere, dopo un interminabile arresto cardiaco. Contro tutte le previsioni Caterina uscì dal coma e contro tutte le previsioni è tornata perfettamente cosciente: è se stessa. Ma poi c’è il bicchiere mezzo vuoto: la totale immobilità, l’impossibilità di fare il minimo movimento, perfino il semplice atto di sollevare una mano. I dolori acuti (almeno per alcuni anni). La cecità. E senza più la parola (eccetto ‘sì’, ‘no’ e ‘mamma’.”

Sette anni e mezzo è accaduta, improvvisa, “l’aritmia fatale” che ha colpito Caterina. Socci ci racconta in questo libro della battaglia quotidiana che grazie a una terapia particolare creata da un americano, Glenn Doman, tutta la famiglia e gli amici stano conducendo. In casa, dice “intorno a Caterina c’è sempre un’atmosfera piena di cordialità, allegria, entusiasmo che alimenta il lavoro continuo a cui sottoponiamo la nostra splendida, dolce, forte e pazientissima ‘guerriera’. Lei poi ha il sorriso sempre pronto”.

Credo che sia un libro da leggere. Glenn Doman, l’americano che ha inventato un sistema e scritto libri su come scoprire e far brillare i tesori nascosti nel cervello umano, anche in quelli feriti, sosteneva che l’unica istituzione che attraverso i millenni non è passata è la famiglia. “Sapete perché è invincibile? Be’, perché nella famiglia si applica quella cosa che a noi soldati americani insegnavano durante il corso che precedette lo sbarco sulle coste europee”. Doman era uno dei Gmen che sbarcarono in Normandia, nel D-Day. La regola era “Non si abbandonano mai i nostri feriti”. Non pensate che sia un libro triste, o lamentoso: Tutt’altro. È un libro pieno di speranza e di forza; e per questo chi scrive ve lo consiglia. Buona domenica.



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VALDESI, SÌ ALLE UNIONI OMOSESSUALI IN CHIESA. MA C’È CHI ACCUSA DI RINNEGARE LA BIBBIA.

SOLA SCRIPTURA
Marco Tosatti

Il Sinodo delle Chiese metodiste e valdesi ha approvato ieri sera, a maggioranza, alla fine di un dibattito che viene definito “lungo e articolato” un documento, dal titolo “Famiglie, matrimonio, coppie, genitorialità”. Con esso si introduce nella Chiesa valdese la benedizione liturgica per le coppie “civilmente unite” che ne facciano richiesta. Il comunicato stampa che lo annuncia fa riferimento esplicito alla nuova legge Cirinnà. Ma anche all’interno del mondo valdese c’è chi considera che questo passo sa un tradimento dell’insegnamento biblico, avvenuto oltretutto proprio nel 500° anniversario della Riforma, nata nel segno della “Sola Scriptura”.

La benedizione liturgica può avvenire se uno dei due richiedenti fa parte della Chiesa. “Ma il documento va ben al di là delle questioni legate al riconoscimento delle coppie omosessuali. Con la sua approvazione, metodisti e valdesi riconoscono la pluralità di modelli di comunione di vita e di famiglia presenti nella società, sottolineano la necessità della loro accoglienza e del loro accompagnamento, nonché il proprio impegno nella società a favore dell’ulteriore ampliamento dei diritti su questi temi”, afferma il comunicato stampa.

Come abbiamo detto, c’è chi è contrario. Lo esprime in un lungo intervento, che potete leggere su Sentieri Antichi Valdesi.

Ne riassumiamo alcuni concetti, anche perché potrebbero tornare utili, prima o poi, anche per i lettori cattolici. “Il ‘Documento sulle famiglie’ è già stato oggetto di una ampia analisi su questo sito, ma si può riassumere il tutto in poche parole: il Documento sul Matrimonio del 1971 è basato sulla Bibbia; il Documento sulle Famiglie del 2017 è basato su recenti ideologie e sulle mode culturali e sotto culturali di questi anni. Non ci sarebbe bisogno di aggiungere altro. Ma vale la pena approfondire”.

Il sito lamenta la qualità del dibattito, che nega il dissenso, accusa di dire il falso chi dissente e mette a tacere un appello firmato (nel 2010) da quaranta membri e un pastore. Il testo di Sentieri Antichi Valdesi lamenta che nel documento si parli di coppie: “La parola ‘coppie’ significa che si includono anche coppie non sposate e ‘genitorialità’ dice che si accetta totalmente la disgiunzione tra procreazione e essere genitori per dare alle coppie omosessuali il diritto di privare un bambino di uno dei genitori al fine di farne ‘il loro figlio’, un vero e proprio sacrificio umano sull’altare del dio Gender”.

Il documento fa riferimento al Sinodo dei Vescovi sulla Famiglia. Ma, notano i dissidenti, “Nel menzionare le differenze che permangono con i Cattolici, non viene menzionata quella vera, cioè che noi ci basiamo sulla Sola Scriptura “. Sulla famiglia il testo, che invitiamo a leggere, dice: “Belle le parole sul legame duraturo e molto suggestive quelle ‘sull’alleanza di grazia con Dio’, ma dove sta l’alleanza se si fa il contrario di quanto Dio, nella Sua parola, più volte dice?”.

L’obiettivo, secondo i dissidenti, è quello di “relativizzare ogni forma di famiglia, cioè ‘relativizzare’ anche la parola di Dio, che nella Scrittura è molto specifica su cosa è famiglia e cosa non lo è: chiamare ‘famiglia’, ciò che la Bibbia definisce ‘abominio’ è un bell’esempio di relativizzazione. Detto più chiaramente, il punto vero è infischiarsene della parola di Dio e di Dio stesso, ma – per non scandalizzare troppo i contribuenti della Chiesa (non quelli che firmano l’8 per mille che non si scandalizzano per nulla) – lo si fa con frasi nebulose”.

Tutto questo ha un’aria stranamente familiare. Il documento dice anche che per accedere alla benedizione/matrimonio occorre dichiarare la “volontà di vivere l’unione secondo l’insegnamento dell’evangelo”. “Una unione omosessuale secondo l’insegnamento dell’evangelo? Evidentemente anche la parola ‘evangelo’ è flessibile e peraltro usata qui in modo anomalo: da nessuna parte nella Confessione di fede valdese si dice o si suggerisce che i quattro Evangeli abbiano una natura diversa, men che meno contrastante, rispetto al resto della Bibbia”. Dicono ancora: “La Bibbia è ormai combattuta in modo talmente profondo che una presa di posizione su basi bibliche, in questo caso la contrarietà alla celebrazione liturgica dell’omosessualità, non può neppure più essere definita come tale”.

Amara e durissima la conclusione, relativa alla condanna della ‘discriminazione’ contenuta nel documento del Sinodo: “No, per la nuova religione l’omosessualità è una verità assoluta fin dalla creazione, forse è il ‘logos’ stesso del Vangelo di Giovanni. Dunque il marchio d’infamia va anche a Dio stesso, poiché la Bibbia, compresi i libri di Mosè e le lettere di Paolo, è parola di Dio. Siamo infatti alla bestemmia più radicale. La Parola di Dio è respinta in modo radicale, sostituita dall’ideologia gender-omosessualista. Abiura e apostasia”.



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LA FEDE NEL TEMPO DEI CONIGLI. E DELLA VOLPE, DELLE DONNOLE, DEI FURETTI E DEI TOPI. UN LIBRO.

Marco Tosatti

La fede cattolica nel tempo dei conigli, ma anche della Volpe, delle Donnole, dei Furetti e dei Topi….Chi scrive oggi vuole parlarvi – brevemente, perché le recensioni lunghe sono noiose; e soprattutto danneggiano il libro, dando a chi le legge l’impressione di averlo già scoperto ed esplorato – di un’opera appena uscita, scritta da Matteo Orlando, la cui firma appare spesso su “La Fede Quotidiana”. Il libro si intitola proprio così: “FAITHBOOK La fede cattolica nel tempo dei conigli”, ed è pubblicato da CHORABOOKS HONG KONG. Credo che chi è interessato può trovarlo su Amazon, o comunque facendo una ricerca su Internet.

Il titolo ha incuriosito chi scrive; anche se prima ancora di scorrere le pagine per trovare una spiegazione già si immaginava chi fossero i conigli di cui sopra, e cioè noi, che ci dichiariamo cattolici, e poi…

L’autore aiuta rapidamente la comprensione, ed è opportuno riportare integralmente queste parole, che non sono sue, ma di qualcuno che di fede aveva bisogno, nella sua battaglia quotidiana contro il nemico di sempre:

“In un celebre manoscritto, ‘La fede, Messina 1970’, il salesiano, esorcista, apostolo della buona stampa cattolica, don Giuseppe Tomaselli, di venerata memoria, scrive che siamo da decenni in un’epoca in cui la fede riceve forti scosse. ‘C’è chi ha paura di manifestarla, chi la perde e c’è purtroppo chi la disprezza per darsi aria di modernità e per non apparire in società da meno degli altri’. E continua: ‘come il coniglio per timidezza appena è visto scappa e va a nascondersi nella tana, così chi ha paura di dimostrare la sua fede, all’occasione di parlare per difendere i diritti di Dio, tace ed al momento di agire si tira indietro e si nasconde’.

Così molti cristiani hanno paura di dimostrare la loro fede, a volte solo per non dispiacere il semplice rispetto umano, nascondendo la loro fortezza cristiana e la loro dignità personale.

Don Tomaselli auspicava che si superasse il coniglismo e che si ritornasse alla fede viva e forte dei martiri, i quali la professavano davanti ai carnefici, pronti a qualunque tormento!”.

Direi che queste parole si adattano benissimo alla nostra società e ai nostri tempi; e la tiepidezza, l’ambiguità e la viltà che si nasconde talvolta dietro le buone maniere ecclesiali non riescono ad essere scosse nemmeno dagli esempi attuali di coraggio e di martirio che vengono quotidianamente dai Paesi in cui essere cristiano vuol dire persecuzione, discriminazione e morte.

Non è un libro lungo, quello di Matteo Orlando, ma è molto utile per farci capire dove e come ci siamo persi. È soprattutto la mancanza di preghiera, “La causa che più di ogni altra ha portato al raffreddamento della vita cristiana in tanti credenti, anche in parte del clero – sosteneva don Ferdinando Rancan, sacerdote in odore di santità, recentemente scomparso a Verona – è l’abbandono della preghiera che:

– attenua prima di tutto la fede…;

– poi affievolisce la speranza (che è la fiducia in Dio e il desiderio del suo regno; così all’entusiasmo, alla gioia di essere cristiani subentra la noia, la stanchezza, l’indifferenza);

– infine fa venir meno la carità (senza preghiera il cuore si inaridisce, perde slancio e calore, non vibra più né per Dio né per i fratelli), provocando la morte interiore”.

Veniva in mente, a queste parole, la predica sentita qualche tempo fa da un gesuita di un’importante istituzione romana. Lamentava che i suoi confratelli passassero molto più tempo davanti alla televisione che al Santissimo…

Chi scrive crede che sia un libro interessante da leggere, anche per la sua chiarezza; esprime in maniera semplice ed efficace argomenti estremamente complessi, sfatando anche luoghi comuni che vanno per la maggiore, come quello dell’Inferno vuoto…Con pezze d’appoggio solide e difficilmente discutibili. Un libro da tenersi, e anche da regalare.

Mentre chi scrive leggeva il libro, gli è venuto in mente però che Matteo Orlando ha descritto solo una parte, della realtà che stiamo vivendo tutti. Perché i conigli, povere bestiole, vivono in un mondo popolato da altri animali molto più pericolosi. Ecco, c’è la Volpe, ambigua, sfuggente, assetata di potere, sin da cucciolo ha una pelliccia bella rosso vivo d’estate, la sua stagione, e poi cambia, diventa chiara d’inverno, quando è meglio non spiccare troppo sulla neve. Al suo seguito ci sono le Donnole. Odiano da sempre i conigli, in particolare quelli meno conigli degli altri, e che ogni tanto fanno sentire la loro voce. E subito c’è una donnola con le zanne pronte alla gola. Per il bene del coniglio, naturalmente. Non dimentichiamoci i Furetti: non hanno odi particolari, ma un grande amore di sé. E per quello, silenziosamente, ma incessantemente, lavorano, lavorano…Infine i topi. Stavano bene con Can Pastore, finché ce n’è stato uno; anzi, sostenevano di essere loro, i migliori difensori di conigli e galline, dando l’allarme se una Donnola mostrava i baffi. Scomparso, o quasi, il vecchissimo Can Pastore, con disinvoltura si affannano a dimostrare che sono sempre stati volpaioli, e che meglio di una Volpe nulla si può chiedere o immaginare, e che comunque fra Volpe e Can Pastore non esiste nessuna differenza. Poveri conigli!

P.S. Anche i conigli mordono, però, per difendere la loro tana…meglio non dimenticarlo.



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PEZZO GROSSO E IL DOCUMENTO SUI MIGRANTI. NOTA DIVISIONI AI VERTICI DELLA CHIESA. E TEME UN BACKLASH A LIVELLO EUROPEO…

Marco Tosatti

Il documento del Papa sulla Giornata dei Migranti 2018 ha colpito molto Pezzo Grosso, ma non solo. Era in Francia per lavoro, ne ha discusso, come vedrete, con altri Pezzi Grossi come lui e insieme hanno stilato qualche riflessione…

“Caro Tosatti, quando ho letto il suo Stilum Curiae sul messaggio del Papa per la giornata del migrante ero in Francia ed ho commentato il documento con amici francesi sia cattolici che “laicissimi”. Le riporto sintetiche considerazioni sperando possano esser utili alla nostra povera chiesa cattolica, magari venendo portate da qualche suo pio lettore all’attenzione di qualche membro della Gerarchia che ancora prega, si genuflette davanti al Santissimo, si confessa e, soprattutto, riflette. Vediamo.

Primo punto di riflessione: a leggere le dichiarazioni che avrebbe scritto il Papa (“accogliere, proteggere, promuovere e integrare gli immigrati”), ci è venuto da ridere; primo perché mancava il primo verbo infinito essenziale: “prelevare“, secondo perché tutto ciò implica una altro verbo infinito omesso: “sostituire (i nativi)”. Ma come può la massima Autorità Morale al mondo fare queste dichiarazioni senza una particolare competenza e conoscenza della materia, senza alcuna spiegazione delle circostanze di cause ed effetti a cui si riferisce?

Secondo punto di riflessione: è parso evidente ai miei amici francesi che queste dichiarazioni fatte “sans réfléchir”, siano state in qualche modo “forcé”. Appare evidente che son prova di grande debolezza di questo pontificato forzato a dire cose a lui imposte dai suoi “elettori”. Dichiarazioni infatti troppo incredibili, dannose e sbagliate per essere concepite razionalmente o anche solo spiritualmente per il bene di esseri umani, come dichiarato.

Terzo punto di riflessione: il mondo laico-laicista comincia a non poterne più poiché percepisce il rischio di errori irreversibili dovuti alla confusione tra bene e male, tra giusto e ingiusto. E aggiungerei: tra ciò che è santo e quello che solo lo sembra. Questa preoccupazione del mondo laico crea rischi di reattività dello stesso contro la nostra Chiesa. I miei amici francesi non si meraviglierebbero se a breve non si intervenisse sui suoi grandi “elettori” poiché il rischio di degenerazione è sempre più evidente; qualcuno prevede e attende infatti a breve un documento (di questo pontificato) di condanna per atteggiamenti di islamofobia. Siamo ormai arrivati in fondo, come si dice.

Quarto punto di riflessione: manifestamente la i Vertici della Curia romana e italiana sono sempre più divisi; i toni delle dichiarazioni del Segretario di Stato (Parolin) e del Presidente della CEI (Bassetti) divergono da quelle del Pontefice. Si dimetteranno a breve o verranno licenziati anche loro ? Quanto durerà tutto ciò?“.

In effetti l’ultima questione, in particolare, appare interessante. Forse non tanto per quel che riguarda il Papa, quanto per correnti ecclesiali che si fronteggiano, una per la ragionevolezza, e l’altra per l’immigrazionismo selvaggio. Fra l’altro che senso ha pubblicare con cinque mesi di anticipo sulla data dell’evento un documento del genere, proprio mentre in Italia scotta il problema dello Ius Soli, e quello dell’immigrazione e dell’integrazione sono al calar bianco in tutta Europa?  O siamo davanti a un errore clamoroso di tempestività della comunicazione vaticana, oppure bisogna pensare a un volontario aiuto ad alimentare polemiche e divisioni. Ma che cosa sta succedendo dietro quelle Mura leonine (che restano comunque invalicabili, beninteso…).

P.S.: La citazione di Benedetto XVI in tema di sicurezza personale e nazionale non è corretta, come potete leggere QUI. Ma non si fa….

Qun trovate il pezzo in spagnolo e un commento di Montse Sanmartí : http://comovaradealmendro.es/2017/08/sobremesa-tosatti-pez-gordo-documento-los-migrantes-divisiones-vertice-la-iglesia-se-teme-una-reaccion-nivel-europeo/

 



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IL PAPA: PRIMA LA SICUREZZA DEI MIGRANTI, POI QUELLA NAZIONALE. SÌ ALLO IUS SOLI. NO AI REQUISITI DI LINGUA.

Marco Tosatti

Il Vaticano ha reso noto il messaggio firmato dal Pontefice per la Giornata Mondiale del Migrante e del Rifugiato, che sarà celebrata il 14 gennaio del 2018.

Vi invito a leggere il testo integrale del messaggio, che pubblico qui sotto.

Non so chi sia il/i monsignore/i che l’hanno aiutato nella stesura del testo, che porta la sua firma, e che come tale ha il valore di un monito del Papa al mondo. E’ un messaggio planetario, e di conseguenza non si può, secondo me, dire che il Pontefice in esso prende posizione sul problema tutto italiano e piddino dello “Ius soli”. Il Pontefice indica quelle che sarebbero le soluzioni ottimali e auspicabili in un mondo idilliaco, utopico; se poi ci sono delle ricadute congiunturali su singole situazioni nazionali, questo è un problema delle singole nazioni. Certo è un bell’assist al governo e alle forze che lo sostengono, e d’altronde condividono con la Chiesa italiana gli oneri e soprattutto – vedi Cooperative e così via – gli onori di quel bel business che sono i migranti.

Ma alcune osservazioni, anche ad una lettura certamente superficiale e non meditata, balzano agli occhi. Così come alcune omissioni. E cosa pensare del “timing” della pubblicazione del documento, nel momento in cui dalla Spagna alla Finlandia l’Europa sta piangendo i suoi morti?  

Uno di essi è il punto in cui si afferma, tirando in mezzo Benedetto XVI per coprirsi le spalle, che “Il principio della centralità della persona umana, fermamente affermato dal mio amato predecessore Benedetto XVI, ci obbliga ad anteporre sempre la sicurezza personale a quella nazionale”. Cioè, per ospitare meglio i migranti è preferibile mettere a rischio la sicurezza del Paese che li ospita (e dunque, anche la loro)? È un singolare principio, che certamente non è applicato in Vaticano, e nei Palazzi – tipo quello di piazza San Calisto – dove entrare senza controlli, appuntamenti, riconoscimenti ecc. ecc. è impossibile a tutti, figuriamoci a migranti magari un po’ pericolosi…

L’altro punto – ma ce ne sono numerosi, in questa carta ideologica stilata per un mondo irreale – riguarda l’integrazione. “L’integrazione non è un’assimilazione, che induce a sopprimere o a dimenticare la propria identità culturale”. Ma Santità, il problema con cui l’Europa, e in generale il mondo occidentale, è proprio questo: che una certa cultura non ha nessun desiderio di aprirsi e integrarsi, anzi, crea all’interno di società certamente aperte e accoglienti, dei Belgistan, Londonistan, e così via. Si faccia dire quale è la realtà in Paesi come la Svezia, così aperti che non si può più scrivere sui giornali la nazionalità dei responsabili di crimini per non incitare al razzismo, e in cui alcune zone di grandi città sono fuori dal controllo dello Stato.

Santità, capisco che l’Europa e l’Occidente non le siano simpatici, ma comunque sono una cultura che ha dato molto al mondo, e che ha diritto di proteggersi, ed essere protetta come i Quechua o altre etnie indigene. O no?


MESSAGGIO DEL SANTO PADRE FRANCESCO

PER LA GIORNATA MONDIALE DEL MIGRANTE E DEL RIFUGIATO 2018

[14 gennaio 2018]

 

“Accogliere, proteggere, promuovere e integrare

i migranti e i rifugiati”

Cari fratelli e sorelle!

«Il forestiero dimorante fra voi lo tratterete come colui che è nato fra voi; tu l’amerai come te stesso perché anche voi siete stati forestieri in terra d’Egitto. Io sono il Signore, vostro Dio» (Lv 19,34).

Durante i miei primi anni di pontificato ho ripetutamente espresso speciale preoccupazione per la triste situazione di tanti migranti e rifugiati che fuggono dalle guerre, dalle persecuzioni, dai disastri naturali e dalla povertà. Si tratta indubbiamente di un “segno dei tempi” che ho cercato di leggere, invocando la luce dello Spirito Santo sin dalla mia visita a Lampedusa l’8 luglio 2013. Nell’istituire il nuovo Dicastero per il Servizio dello Sviluppo Umano Integrale, ho voluto che una sezione speciale, posta ad tempus sotto la mia diretta guida, esprimesse la sollecitudine della Chiesa verso i migranti, gli sfollati, i rifugiati e le vittime della tratta.

Ogni forestiero che bussa alla nostra porta è un’occasione di incontro con Gesù Cristo, il quale si identifica con lo straniero accolto o rifiutato di ogni epoca (cfr Mt 25,35.43). Il Signore affida all’amore materno della Chiesa ogni essere umano costretto a lasciare la propria patria alla ricerca di un futuro migliore.[1] Tale sollecitudine deve esprimersi concretamente in ogni tappa dell’esperienza migratoria: dalla partenza al viaggio, dall’arrivo al ritorno. E’ una grande responsabilità che la Chiesa intende condividere con tutti i credenti e gli uomini e le donne di buona volontà, i quali sono chiamati a rispondere alle numerose sfide poste dalle migrazioni contemporanee con generosità, alacrità, saggezza e lungimiranza, ciascuno secondo le proprie possibilità.

Al riguardo, desidero riaffermare che «la nostra comune risposta si potrebbe articolare attorno a quattro verbi fondati sui principi della dottrina della Chiesa: accogliere, proteggere, promuovere e integrare».[2]

Considerando lo scenario attuale, accogliere significa innanzitutto offrire a migranti e rifugiati possibilità più ampie di ingresso sicuro e legale nei paesi di destinazione. In tal senso, è desiderabile un impegno concreto affinché sia incrementata e semplificata la concessione di visti umanitari e per il ricongiungimento familiare. Allo stesso tempo, auspico che un numero maggiore di paesi adottino programmi di sponsorship privata e comunitaria e aprano corridoi umanitari per i rifugiati più vulnerabili. Sarebbe opportuno, inoltre, prevedere visti temporanei speciali per le persone che scappano dai conflitti nei paesi confinanti. Non sono una idonea soluzione le espulsioni collettive e arbitrarie di migranti e rifugiati, soprattutto quando esse vengono eseguite verso paesi che non possono garantire il rispetto della dignità e dei diritti fondamentali.[3] Torno a sottolineare l’importanza di offrire a migranti e rifugiati una prima sistemazione adeguata e decorosa. «I programmi di accoglienza diffusa, già avviati in diverse località, sembrano invece facilitare l’incontro personale, permettere una migliore qualità dei servizi e offrire maggiori garanzie di successo».[4] Il principio della centralità della persona umana, fermamente affermato dal mio amato predecessore Benedetto XVI,[5] ci obbliga ad anteporre sempre la sicurezza personale a quella nazionale. Di conseguenza, è necessario formare adeguatamente il personale preposto ai controlli di frontiera. Le condizioni di migranti, richiedenti asilo e rifugiati, postulano che vengano loro garantiti la sicurezza personale e l’accesso ai servizi di base. In nome della dignità fondamentale di ogni persona, occorre sforzarsi di preferire soluzioni alternative alla detenzione per coloro che entrano nel territorio nazionale senza essere autorizzati.[6]

Il secondo verbo, proteggere, si declina in tutta una serie di azioni in difesa dei diritti e della dignità dei migranti e dei rifugiati, indipendentemente dal loro status migratorio.[7] Tale protezione comincia in patria e consiste nell’offerta di informazioni certe e certificate prima della partenza e nella loro salvaguardia dalle pratiche di reclutamento illegale.[8] Essa andrebbe continuata, per quanto possibile, in terra d’immigrazione, assicurando ai migranti un’adeguata assistenza consolare, il diritto di conservare sempre con sé i documenti di identità personale, un equo accesso alla giustizia, la possibilità di aprire conti bancari personali e la garanzia di una minima sussistenza vitale. Se opportunamente riconosciute e valorizzate, le capacità e le competenze dei migranti, richiedenti asilo e rifugiati, rappresentano una vera risorsa per le comunità che li accolgono.[9] Per questo auspico che, nel rispetto della loro dignità, vengano loro concessi la libertà di movimento nel paese d’accoglienza, la possibilità di lavorare e l’accesso ai mezzi di telecomunicazione. Per coloro che decidono di tornare in patria, sottolineo l’opportunità di sviluppare programmi di reintegrazione lavorativa e sociale. La Convenzione internazionale sui diritti del fanciullo offre una base giuridica universale per la protezione dei minori migranti. Ad essi occorre evitare ogni forma di detenzione in ragione del loro status migratorio, mentre va assicurato l’accesso regolare all’istruzione primaria e secondaria. Parimenti è necessario garantire la permanenza regolare al compimento della maggiore età e la possibilità di continuare degli studi. Per i minori non accompagnati o separati dalla loro famiglia è importante prevedere programmi di custodia temporanea o affidamento.[10] Nel rispetto del diritto universale ad una nazionalità, questa va riconosciuta e opportunamente certificata a tutti i bambini e le bambine al momento della nascita. La apolidia in cui talvolta vengono a trovarsi migranti e rifugiati può essere facilmente evitata attraverso «una legislazione sulla cittadinanza conforme ai principi fondamentali del diritto internazionale».[11] Lo status migratorio non dovrebbe limitare l’accesso all’assistenza sanitaria nazionale e ai sistemi pensionistici, come pure al trasferimento dei loro contributi nel caso di rimpatrio.

Promuovere vuol dire essenzialmente adoperarsi affinché tutti i migranti e i rifugiati così come le comunità che li accolgono siano messi in condizione di realizzarsi come persone in tutte le dimensioni che compongono l’umanità voluta dal Creatore.[12] Tra queste dimensioni va riconosciuto il giusto valore alla dimensione religiosa, garantendo a tutti gli stranieri presenti sul territorio la libertà di professione e pratica religiosa. Molti migranti e rifugiati hanno competenze che vanno adeguatamente certificate e valorizzate. Siccome «il lavoro umano per sua natura è destinato ad unire i popoli»,[13] incoraggio a prodigarsi affinché venga promosso l’inserimento socio-lavorativo dei migranti e rifugiati, garantendo a tutti – compresi i richiedenti asilo – la possibilità di lavorare, percorsi formativi linguistici e di cittadinanza attiva e un’informazione adeguata nelle loro lingue originali. Nel caso di minori migranti, il loro coinvolgimento in attività lavorative richiede di essere regolamentato in modo da prevenire abusi e minacce alla loro normale crescita. Nel 2006 Benedetto XVI sottolineava come nel contesto migratorio la famiglia sia «luogo e risorsa della cultura della vita e fattore di integrazione di valori».[14] La sua integrità va sempre promossa, favorendo il ricongiungimento familiare – con l’inclusione di nonni, fratelli e nipoti –, senza mai farlo dipendere da requisiti economici. Nei confronti di migranti, richiedenti asilo e rifugiati in situazioni di disabilità, vanno assicurate maggiori attenzioni e supporti. Pur considerando encomiabili gli sforzi fin qui profusi da molti paesi in termini di cooperazione internazionale e assistenza umanitaria, auspico che nella distribuzione di tali aiuti si considerino i bisogni (ad esempio l’assistenza medica e sociale e l’educazione) dei paesi in via di sviluppo che ricevono ingenti flussi di rifugiati e migranti e, parimenti, si includano tra i destinatari le comunità locali in situazione di deprivazione materiale e vulnerabilità.[15]

L’ultimo verbo, integrare, si pone sul piano delle opportunità di arricchimento interculturale generate dalla presenza di migranti e rifugiati. L’integrazione non è «un’assimilazione, che induce a sopprimere o a dimenticare la propria identità culturale. Il contatto con l’altro porta piuttosto a scoprirne il “segreto”, ad aprirsi a lui per accoglierne gli aspetti validi e contribuire così ad una maggior conoscenza reciproca. È un processo prolungato che mira a formare società e culture, rendendole sempre più riflesso dei multiformi doni di Dio agli uomini».[16] Tale processo può essere accelerato attraverso l’offerta di cittadinanza slegata da requisiti economici e linguistici e di percorsi di regolarizzazione straordinaria per migranti che possano vantare una lunga permanenza nel paese. Insisto ancora sulla necessità di favorire in ogni modo la cultura dell’incontro, moltiplicando le opportunità di scambio interculturale, documentando e diffondendo le buone pratiche di integrazione e sviluppando programmi tesi a preparare le comunità locali ai processi integrativi. Mi preme sottolineare il caso speciale degli stranieri costretti ad abbandonare il paese di immigrazione a causa di crisi umanitarie. Queste persone richiedono che venga loro assicurata un’assistenza adeguata per il rimpatrio e programmi di reintegrazione lavorativa in patria.

In conformità con la sua tradizione pastorale, la Chiesa è disponibile ad impegnarsi in prima persona per realizzare tutte le iniziative sopra proposte, ma per ottenere i risultati sperati è indispensabile il contributo della comunità politica e della società civile, ciascuno secondo le responsabilità proprie.

Durante il Vertice delle Nazioni Unite, celebrato a New York il 19 settembre 2016, i leader mondiali hanno chiaramente espresso la loro volontà di prodigarsi a favore dei migranti e dei rifugiati per salvare le loro vite e proteggere i loro diritti, condividendo tale responsabilità a livello globale. A tal fine, gli Stati si sono impegnati a redigere ed approvare entro la fine del 2018 due patti globali (Global Compacts), uno dedicato ai rifugiati e uno riguardante i migranti.

Cari fratelli e sorelle, alla luce di questi processi avviati, i prossimi mesi rappresentano un’opportunità privilegiata per presentare e sostenere le azioni concrete nelle quali ho voluto declinare i quattro verbi. Vi invito, quindi, ad approfittare di ogni occasione per condividere questo messaggio con tutti gli attori politici e sociali che sono coinvolti – o interessati a partecipare – al processo che porterà all’approvazione dei due patti globali.

Oggi, 15 agosto, celebriamo la solennità dell’Assunzione di Maria Santissima in Cielo. La Madre di Dio sperimentò su di sé la durezza dell’esilio (cfr Mt 2,13-15), accompagnò amorosamente l’itineranza del Figlio fino al Calvario e ora ne condivide eternamente la gloria. Alla sua materna intercessione affidiamo le speranze di tutti i migranti e i rifugiati del mondo e gli aneliti delle comunità che li accolgono, affinché, in conformità al sommo comandamento divino, impariamo tutti ad amare l’altro, lo straniero, come noi stessi.

Dal Vaticano, 15 agosto 2017

Solennità dell’Assunzione della B.V. Maria

FRANCESCO



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BRANDMÜLLER: FORSE SAREBBE OPPORTUNA UNA NUOVA PROFESSIONE DI FEDE DA PARTE DEL PONTEFICE…

MARCO TOSATTI

È necessario che il Papa faccia una professione di fede, come si usava nei tempi antichi? Il card. Brandmüller fa capire che sarebbe opportuno.

Il cardinale Walter Brandmūller, già presidente del Pontificio Comitato di Scienze Storiche, uno dei quattro porporati che hanno firmato i “Dubia” rivolti al Pontefice, in un lungo articolo di carattere storico pubblicato nel numero di agosto del giornale Die Neue Ordnung (qui trovate l’articolo di 1P5) ricorda l’abitudine, mantenuta per molti secoli, da parte dei papi di riaffermare la propria aderenza ai dogmi di fede. E fa capire in maniera trasparente che sarebbe utile e opportuno che il Pontefice regnante seguisse questo esempio.

Il titolo dell’articolo è “Il Papa: credente; Maestro dei fedeli”. Il porporato tedesco ricorda che Gesù Cristo diede a San Pietro la missione di essere la roccia sulla quale doveva essere fondata la Chiesa, dopo che Pietro aveva espresso la sua fede: “Tu sei il Messia, il figlio del Dio vivente”.

Il cardinale spiega che il papa stesso, anche se a capo della Chiesa, ne è un membro, e di conseguenza è importante e vitale che la Chiesa possa essere certa che il papa ne preservi la fede autentica.

Il porporato ricorda che c’è una tradizione in questo senso che risale al V secolo, e che vedeva il papa neo-eletto comunicare la sua Professione di fede. Una tradizione che nel corso della storia ha assunto forme diverse, ma si è mantenuta. Documenti dell’alto medioevo dimostrano che i papi dovevano, prima e dopo l’elezione, fare una professione di fede, che era la base dell’unità fra il papa e i fedeli della Chiesa. In uno di questi testi, del VII secolo, forse, chiamato Indiculum Pontificis, “Il nuovo papa dichiara la vera Fede come è stata fondata da Cristo, passata da Pietro,e poi trasmessa dal suo successore fino all’ultimo, il papa neo-eletto, così come l’ha trovata nella Chiesa e che desidera ora proteggere con il suo sangue”.

Il nuovo papa si impegnava a confermare e difendere i decreti dei suoi predecessori. Brandmüller commenta così: “E’ notevole come esplicitamente, specialmente nell’ultimo paragrafo del testo, è sottolineata la stretta conservazione di ciò che è stato dato e trasmesso; il papa promette di conservare i canoni e i decreti dei nostri papi come comandi divini”.

Ci sono state interruzioni, in questo uso, che è rimasto in vigore però almeno fino al XV secolo. La professione di fede doveva essere letta ogni anno nell’anniversario dell’elezione, per ricordare le promesse fatte. Il porporato conclude che quelle professioni di fede sono sempre state “reazioni a crisi serie e minacciose della Fede”; e cioè “risposte di papi a minacce alla genuina fede cattolica nel suo mutevole contesto storico”.

Si può intuire, anche se non è detto apertamente, che forse stiamo vivendo uno dei quei particolari momenti storici e che una professione di fede potrebbe essere uno strumento utile per preservare l’unità all’interno della Chiesa cattolica.

La sua conclusione è piena di significato: “In una situazione analoga, cioè nella confusione che riguardava la corretta interpretazione del Concilio vaticano II, quando il papa Paolo VI ha dovuto lamentare persino, il 30 giugno 1972, che il fumo di Satana era entrato all’interno della Chiesa, ha proclamato con grande preoccupazione per la verità e la chiarezza della fede, alla fine dell’’Anno della Fede”, il 30 giugno 1968 il suo ‘Credo del Popolo di Dio’. Lui per primo ha così fatto la sua professione di fede personale di fronte a decine di migliaia di fedeli”.

“Chiunque considera questi fatti storici alla luce del nostro tempo presente si può ben chiedere quali conclusioni bisogna trarre per la Chiesa dei nostri giorni”.

L’articolo in spagnolo è su Como Vara De Almendro

http://comovaradealmendro.es/2017/08/brandmuller-tal-vez-orportuna-una-nueva-profesion-fe-parte-del-pontifice/


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PEZZO GROSSO LANCIA UN APPELLO AL PAPA PER IL VIAGGIO IN COLOMBIA: NON VEDA LE FARC E PREGHI LA MADONNA DI CHIQUINQUIRÀ.

Marco Tosatti

Lo so che oggi, domenica, vi attendevate la solita riscrittura della Dottrina cattolica fatta in forma ironica e plausibile da Romana Vulneratus Curia (RVC per gli amici e gli intimi). Ma RVC è ancora in vacanza, e allora dovete accontentarvi di un articolo più serioso di Pezzo Grosso. Ma l’argomento è serio, anzi drammatico: è il viaggio del Pontefice regnante in Colombia, un Paese in cui, alla vigilia del viaggio è stata colpita da scomunica da parte dei vescovi una televisione cattolica, “Teleamiga”, il cui fondatore e principale protagonista, il prof. José Galat, già presidente dell’Università La Gran Colombia, molto critico di papa Francesco e della Chiesa, in particolare per l’atteggiamento assunto nel referendum sulla “normalizzazione” dei rapporti con le Farc, l’organizzazione terrorista comunista. Teleamiga si è battuta per il “No”, che infatti ha vinto, contro le aspettative del presidente Santos.

Ma ecco a voi la lettera di Pezzo Grosso: ”

“Caro Tosatti vorrei fare qualche considerazione per i lettori di Stilum Curiae   riferita al viaggio del Papa in Colombia la prima settimana di settembre. La considerazione, che mi viene suggerita da un collega metà colombiano, metà venezuelano (“pezzo piccolo” , ma grandemente preoccupato), di fatto rappresenta una specie di lettera aperta, implorazione, al Pontefice: preghi con noi  la Virgen di Chiquiquirà, oltre che incontrare il Presidente Santos. Le ragioni sono semplici: tra poco i guerriglieri di ispirazione marxista–leninista FARC (Forze Armate Rivoluzionarie Colombiane) potrebbero diventare un partito politico ed entrare nel governo (con impunità per i crimini commessi) condividendolo con politici locali legati al Presidente Santos (spaventati dalla guerriglia ed impotenti a risolverla). Il 26 ottobre 2016 la Colombia ha fatto un plebiscito popolare per decidere detti accordi di pace con il FARC, e ha vinto (di poco) il NO. Ciononostante mi vien riferito che il governo, un mese dopo, il 24 novembre, ha firmato accordi con le FARC per trasformarle in partito politico nell’intento di fargli deporre le armi. Ciò avverrà veramente? Ma a che condizioni? Quello che è il punto di maggior interesse per detta “implorazione al Papa”  è che il Pontefice e tutti i vescovi Colombiani avevano invitato a votare SI al referendum. Certo la fiducia che devono avere nei guerriglieri delle FARC è piuttosto alta, così come la fede nel pacifismo, fede che non sembrano però avere né i colombiani , né i venezuelani che negli ultimi tempi erano scappati in Colombia nell’intento di sfuggire dal Venezuela di Maduro, gran protettore delle FARC già dai tempi di Chavez. Chissà magari il Santo Padre potrebbe confortare i colombiani andando a pregare la Virgen di Chiquinquirà, Regina della Colombia e magari anche implorare la Virgen di Coromoto, Patrona del Venezuela. Oppure potrebbe solo incontrare il presidente Santos (Nomen Omen !), non le FARC, e lasciargli come nunzio apostolico mons.Galantino…”.


L’articolo in spagnolo è su Como Vara De Almendro

http://comovaradealmendro.es/2017/08/pez-gordo-lanza-llamado-al-papa-viaje-colombia-no-se-encuentre-las-farc-rece-la-virgen-chiquinquira/


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SANTITÀ, QUELLA VIOLENZA NON È CIECA. HA UN NOME, CI VEDE BENISSIMO, E MIRA LONTANO…

 

Marco Tosatti

Ho letto oggi il tweet dell’account twitter di Papa Francesco sui fatti di questi giorni. Eccolo: “Prego per tutte le vittime degli attentati di questi giorni. La violenza cieca del terrorismo non trovi più spazio nel mondo”.

Ieri avevo letto alcune frasi pronunciate dal segretario generale della Cei, mons. Galantino, in un trasmissione televisiva, e rilanciate dal SIR, l’agenzia di stampa dei vescovi. “Le contrapposizioni non portano da nessuna parte e fanno soltanto vittime. Questo è vero anche nelle nostre famiglie”, ha detto il prelato. Mi è sembrato un po’ enigmatico. A chi si contrapponevano quei poveretti falciati sulle Ramblas? Ha continuato così, cito il SIR:

Alla domanda su un uso della religione come “strumento di attacco culturale”, il presule ha risposto: “Quando non ce la faccio ad avere ragioni per dire all’altro che deve andare via, allora capita di ammantare tutto di religione e di ideologia. Questa è una strumentalizzazione della religione, perché la religione di per sé non permette di prendere a pedate l’altro”.

Ora qui mi permetto di dissentire, e con motivo. C’è una religione che nei suoi testi sacri, il Corano e gli Hadith, cioè i detti e i fatti di Maometto, in ben 123 (centoventi tre punti) incita esattamente a questo. (Controllate qui, se non mi credete). E anche qui.

Chi ha studiato, e letto testi e storia, e ha una certa esperienza di mondo, anche musulmano, sa benissimo, e ne è felice, del fatto che esistono sicuramente musulmani moderati. Ma si rende anche conto che a causa della sua struttura, e dell’intoccabilità che circonda il Corano, non contestualizzabile né storicizzabile, pena l’accusa mortale di blasfemia, chi ammazza gridando Allahu Akbar ha basi scritturali per farlo, che nessuna fatwa può cancellare.

Difficilmente può apparire (anche vista la storia del suo fondatore, e gli hadith, gesti e parole fondanti al pari del Corano) una religione di pace; o principalmente di pace. Come dicevamo prima, centoventi tre, (123) versi del Corano sono relativi a combattere e uccidere per la causa di Allah. Con obiettivo atei, miscredenti, associatori e, last but not least, chi scegli un’altra religione.

E questo la rende una religione sicuramente diversa dalle altre: dal buddismo e dal cristianesimo sicuramente, anche se in entrambe le manifetsazioni di violenza ci sono sempre state. Ma il Vangelo, testo fondante del cristianesimo, ci mostra Gesù che rifiuta di essere difeso a mano armata da Pietro, nel momento dell’arresto, prologo alla morte. Poi, che i cristiani come chiunque altro ne abbiano fatte di cotte e di crude, è un altro discorso; ma non si può dire che seguissero l’esempio e le parole del fondatore.

Quindi è evidente che l’islam ha un problema, e grosso, nel suo rapporto con la violenza. Ci voleva il coraggio e la lucidità intellettuale di Benedetto XVI, per porre il problema sul tappeto. Non si può chiedere ai suoi epigoni altrettanto coraggio e dirittura intellettuale. Ma le fiabe no, per favore. E, Santità, questa violenza non è cieca per niente. Ha un nome, è islamica. Ci vede benissimo, e mira lontano. I ciechi siamo noi.

Ecco l’articolo in spagnolo su Como Vara De Almendro:

http://comovaradealmendro.es/2017/08/santidad-aquella-violencia-no-ciega-nombre-nos-observa-bien-ve-lejos/



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