SUPER EX: IL DISCORSO DI BASSETTI. GRAVE, INGIUSTO E IMPRUDENTE. VA DOVE VUOLE IL PENSIERO DOMINANTE.

Marco Tosatti

Ieri il presidente della Conferenza Episcopale Italia, il card. Gualtiero Bassetti, ha pronunciato la sua prolusione pre-elettorale. Come ha commentato, in un off topic, un lettore di Stilum Curiae, il senso politico del discorso del cardinale poteva essere, in soldoni: “Si, inoltre siccome fare promesse roboanti è immorale e parlare di razze pure, in un sol colpo dà una botta a Forza Italia e 5 stelle (per le promesse), Lega e destre in genere (per la razza). Quindi restano da votare PD, LEU o la Bonino. Micidiale”. Già più volte Stilum Curiae ha denunciato il neo-collateralismo dei vescovi con il partito al potere. Una pessima abitudine che forse poteva avere una ragione ai tempi di Baffone e successori verso la DC, ma che oggi, verso un partito che ha fatto passare leggi antropologicamente (da un punto di vista cristiano) perlomeno discutibili, o condannabili, come divorzio breve, unioni civili e DAT, e che è attivamente impegnato in un’operazione come quella dell’immigrazione clandestina non si capisce. A meno che non si pensi – anche – al giro di soldi legato alle sovvenzioni statali. Stupisce che dai proclami CEI siano stranamente sempre assenti riferimenti a quello che dicono vescovi e cardinali africani sul tema. Comunque: questa mattina, quando pensavamo di scrivere qualche cosa sulla prolusione, e di cui soprattutto ci rallegravamo, perché con i tempi che corrono all’attico di Santa Marta avrebbe potuto essere firmata da mons. Galantino, abbiamo ricevuto uno sfogo di Super Ex. Che vi giriamo.

Caro Tosatti,

leggendo il discorso di Gualtiero Bassetti, cardinale di santa Romana Chiesa e presidente della Cei, vengono alla mente parecchie considerazioni. La prima, la più evidente: è proprio necessario che il presidente dei vescovi italiani debba periodicamente parlare di politica? Prima delle elezioni? Con il rischio di farsi equivocare? Con il rischio di confondere i piani?

Questo interventismo fastidioso è purtroppo un’eredità di Camillo Ruini, che però aveva ben altra cultura, tatto e capacità politica. Ma personalmente la voce della Chiesa sulle vicende politiche, la vorrei sentire di rado, quando serve: allora sì, forte e chiara. Questo chiacchiericcio pretesco, così come è oggi, ha davvero stufato.

La seconda considerazione riguarda il discorso di Bassetti, che è certamente in grande difficoltà: deve guidare un’armata brancaleone, dominata ormai da anarchia dottrinale e anarchia morale, devastata dall’ignavia, per anni, del cardinal Angelo Bagnasco, e dalla deleteria intraprendenza politica del sempre ciarliero Nunzio Galantino.

Bassetti ci prova, a rimettere al centro la barra del timone, a dire che i politici cattolici devono essere pronti sia alla difesa della vita e della famiglia, che alla tutela dei poveri.

Ma il suo discorso non può che cadere nel vuoto, perché l’accento cade troppo, ancora una volta, là dove vuole il pensiero dominante; là dove battono i soldi e gli slogan di George Soros; là dove si dirige il potere mondialista dei distruttori delle patrie. Sì, perchè Bassetti finisce per attaccare direttamente non Matteo Renzi, autore di leggi scellerate contro la vita e la famiglia, ma il signor Attilio Fontana, candidato leghista per la regione Lombardia. Persona che, una parola infelice a parte, non ha mai fatto nè detto nulla di male. E questo è grave, ingiusto, imprudente: gli attacchi ad personam, quando non servono, rendono un prelato semplicemente odioso. Ne svelano, inoltre, la profonda ignoranza storica. Sì perchè Bassetti, di fronte ad una discorso sostanzialmente improntato soltanto sulla necessità di regolamentare con il buon senso l’immigrazione, ha tirato in ballo le leggi razziali del 1938. Un’uscita eccessiva, fuori luogo, che fa rimpiangere il tatto degli uomini di Chiesa del passato. Cosa c’entrano le leggi razziali del 1938 con l’attualità, nessuno storico serio saprebbe dirlo. Sono un luogo comune, una frase fatta, ad effetto: esattamente ciò che un uomo di Dio non deve mai ricercare. Ma il bello è che per ridicolizzare questo accenno storico fatto ad capocchiam, basterebbe l’intervista del Corriere della sera di domenica al rabbino capo di Roma, l’ebreo Riccardo Di Segni. Di Segni, guarda un po’, non ha affatto tirato in ballo le leggi razziali del 1938, che pure lo toccano più da vicino di quanto possano fare con Bassetti. Ha detto l’esatto contrario, e cioè che oggi gli ebrei sono in pericolo in tutta Europa, perchè dovunque l’Islam diventa maggioranza, li perseguita! Ha detto, testualmente:

“Ma mi chiedo: tutti i musulmani che arrivano qui intendono rispettare i nostri diritti e valori? E lo Stato italiano ha la forza di farli rispettare? Purtroppo devo rispondere due no. Per questo sono preoccupato. L’Europa è nata dopo Auschwitz; non vorrei che finisse con un’altra Auschwitz…”.

Verrebbe da aggiungere, caro cardinale, che a rischiare la vita non sono solo gli ebrei, ma anche i cristiani, che si vedranno smepre più minoranza, in mezzo ad una popolazione musulmana crescente. E cosa facciano i musulmani con i cristiani, in giro per il mondo, oggi in Vaticano non lo sa più nessuno, ma chi vuole può informarsi senza fatica…

 


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FATIMA, IL SEGRETO NON SVELATO E IL FUTURO DELLA CHIESA

SANTI INDEMONIATI: CASI STRAORDINARI DI POSSESSIONE

PADRE PIO CONTRO SATANA. LA BATTAGLIA FINALE

STILUM CURIAE: TRE MILIONI DI VISUALIZZAZIONI DALL’OTTOBRE 2016 AD OGGI. IN DECINE DI PAESI, DA HONG KONG AL CILE AL VIETNAM.

 
Marco Tosatti

Cari lettori di Stilum Curiae, amici, nemici, troll e passeggeri occasionali, so che vi sembrerò un po’ ingenuo ma continuo a stupirmi, e seguendo un’abitudine ormai consolidata vi informo dell’andamento del blog. Ogni volta che si raggiunge un gradino interessante.

Nei giorni scorsi – sabato 20, esattamente, abbiamo raggiunto e superato i tre milioni di visualizzazioni. Probabilmente non è nulla, per altri siti ben più ricchi di materiale e di risorse, ma per questo blogghino artigianale, nato casualmente e vincendo la pigrizia connaturata del suo autore dalla chiusura – ma perché? – di San Pietro e Dintorni su La Stampa; beh, nella nostra povertà sembra proprio un successo.

Alleghiamo qualche schermata, che serve anche a illustrare la progressione dell’interesse che il blog suscita. Come vedete il calcolo parte da ottobre del 2016 (in maniera tentativa questa barchetta aveva cominciato a navigare a settembre dello stesso anno).

L’elemento più divertente riguarda la distribuzione dei lettori. Ovviamente la stragrande maggioranza è concentrata in Italia. Questo, altrettanto naturalmente, varia da articolo ad articolo. Ma nell’ultima statistica si vede che ci sono lettori di Stilum Curiae in ben 47 Paesi diversi, fra cui Emirati Aarabi Uniti, Taiwan, Georgia, Cina, Tailandia, Hong Kong e così via. Curioso, no? La parte infantile – ampia – dell’autore si diverte non poco a vedere le bandierine colorate…

Parlando più seriamente: credo che questo interesse non sia dovuto tanto alla bravura di chi scrive – Abate Faria, Pezzo Grosso, Romana Vulneratus Curia, Super Ex, Tosatti – quanto al bisogno e al piacere di un’informazione meno osannante, omologata e contigua all’istituzione. Oltre che di uno spazio di confronto fra lettori, arbitrariamente moderato da sovrascritto, in una funzione di despota più o meno illuminato a seconda dei momenti e delle giornate.

Grazie per il vostro interesse, e per il contributo che date a mantenere viva questa esperienza. Che, come è bene sottolineare, è totalmente libera, gratuita e priva di finanziamenti. Anzi, se qualcuno vuole farsi avanti per comprarci, lo dica senza problemi :-))). Magari per interposta persona, tramite la Segreteria di Stato…:-)))



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SANTI INDEMONIATI: CASI STRAORDINARI DI POSSESSIONE

PADRE PIO CONTRO SATANA. LA BATTAGLIA FINALE

UNA PETIZIONE MONDIALE AI VESCOVI: CHIEDIAMO GLI INGINOCCHIATOI PER I FEDELI CHE VOGLIANO COMUNICARSI IN GINOCCHIO.

Marco Tosatti

Oggi vogliamo rilanciare un’iniziativa che ci sembra legittima e anche auspicabile, in un momento in cui il senso del sacro viene continuamente eroso, anche all’interno della Chiesa, da altre istanze e priorità, spesso legate a mode passeggere. Ci rifacciamo a una lettera che l’ex Prefetto della Congregazione per il Culto Divino, e ora arcivescovo di Valencia, il card. Canizares, ha indirizzato ai suoi sacerdoti a gennaio, che potete trovare sulla Nuova Bussola Quotidiana. Fra l’altro l’arcivescovo scriveva, riferendosi a una lettera pastorale di qualche tempo fa: “In questa stessa lettera ricordavo come darsi la pace e comunicarsi. Vi confesso che ci sono volte che sto male vedendo come si avvicinano alcuni, senza nessun raccoglimento e devozione, senza nessun gesto di adorazione, come si prende un biscotto o qualche cosa di simile. Insisto in quello che dicevo nella lettera citata sull’Eucarestia: ci si può comunicare direttamente in bocca, o con la mano per poi portarsi il corpo di Cristo alla bocca. Però devo aggiungere che la forma più consona con il mistero del Corpo di Cristo che si riceve è comunicarsi in ginocchio, e in bocca. Non sono retrogrado in questo, ma segnalo solo ciò che si accorda alla comunione”.

 E proprio in questi giorni è partita una richiesta, rivolta a tutti i vescovi cattolici, e a cui naturalmente è possibile aderire firmando. Ecco il testo:

Destinatario: Vescovi della Chiesa Cattolica

 Chiediamo gli inginocchiatoi per i fedeli che desiderano ricevere Gesù-Eucarestia in ginocchio; petizione promossa dal Comitato Uniti a Gesù Eucaristia per le Mani Santissime di Maria.

Sulla ricezione della Comunione sulla mano. Per comprendere l’importanza della modalità con cui ricevere la Santa Comunione, occorre partire da una breve riflessione sul significato della Messa, durante la quale il pane e il vino divengono il Corpo e il Sangue di Cristo. Il documento del Concilio Vaticano II Sacrosanctum Concilium afferma due cose centrali: messa come sacrificio e Presenza reale. Per giunta, la formulazione del Catechismo della Chiesa cattolica, sotto la regia di Ratzinger, ha ribadito tali connotazioni cattoliche a riguardo dell’Eucaristia. E proprio il pontefice che concluse il Concilio, Paolo VI, si sentì spinto persino a pubblicare un’Enciclica nella quale ribadì sia il carattere sacrificale della messa sia la legittima validità dell’adorazione dell’Eucaristia da parte dei fedeli fuori dalla messa.

Nel frattempo alle Conferenze nazionali veniva data facoltà di indulto per ricevere l’Eucaristia nelle mani,le balaustre e gli inginocchiatoi venivano eliminati, i tabernacoli venivano decentrati, nonostante il Catechismo (ancora nel 1992) ribadiva che il tabernacolo fosse situato “in un luogo particolarmente degno della chiesa, costruito in modo da evidenziare e manifestare la verità della presenza reale di Cristo nel Santissimo Sacramento”(n.1379). Circa la questione relativa alla ricezione eucaristica, bisogna anzitutto ricordare che nei documenti conciliari – anche in presenza di affermazioni avanzate a riguardo delle più significative novità proposte nella liturgia – mai si parla della comunione in mano. Eppure si fa passare per tema conciliare quanto il Concilio non si è preoccupato di trattare. In realtà la ricezione della Santa Eucaristia in mano rimane solo un indulto della Sede Apostolica. Quando i vescovi italiani (con soli due voti in più) approvarono la comunione nelle mani, vi fu chi, come il Presidente della Conferenza Episcopale, evidentemente contrario e preoccupato, fece inserire la raccomandazione a tutti, in particolare ai bambini e agli adolescenti, della pulizia delle mani. Invece di impedire l’abuso, ci si preoccupava di arginare già in partenza l’ovvia profanazione. Proprio questa generazione di fanciulli cattolici anni ’80-‘90 è quella che (a parte la controtendenza dei gruppi di preghiera legati alla Tradizione o alle apparizioni di Medjugorje) registra una certa disinvoltura a riguardo del culto eucaristico e dell’adorazione, non avendo la percezione di Chi si riceve. Il documento in questione – Istruzione Sulla comunione eucaristica – è quello del maggio 1989, seguito dal decreto della Conferenza Episcopale Italiana che la contiene, datato 19 luglio 1989 ed entrato in vigore il 3 dicembre dello stesso anno, prima domenica di Avvento.

Il testo dell’Istruzione sulla Comunione eucaristica circa la modalità di questo ulteriore modo di ricevere l’ostia consacrata spiega: “particolarmente appropriato appare oggi l’uso di accedere processionalmente all’altare ricevendo in piedi, con un gesto di riverenza, le specie eucaristiche, professando con l’Amen la fede nella presenza sacramentale di Cristo”. Dunque, dicevamo che si tratta di un indulto. Attraverso l’Istruzione Memoriale Domini promulgata dalla S. Congregazione per il culto Divino il 29 maggio 1969, la Santa Sede ha lasciato alle singole Conferenze Episcopali la possibilità di richiedere la facoltà di introdurre l’uso di ricevere la Comunione sulla mano.Possibilità non obbligo! Eppure non è una questione irrilevante, perché riguarda nientemeno che la Presenza reale di Gesù. Non è un retaggio, dunque, dei tradizionalisti, bensì è l’affare centrale di tutta la Chiesa che, prima ancora che preoccuparsi dell’ambiente e dell’ecologia, o della questione immigratoria, dovrebbe custodire e proteggere il Signore eucaristico con quell’amore e quella fedeltà che ebbe san Giuseppe nel proteggere Gesù Bambino. Nell’Eucaristia, infatti, per amore delle anime, Gesù si rende vulnerabile come quando era un piccolo infante, raggiunto dall’odio omicida di Erode.

Questo aspetto è stato configurato da mons. Schneider come ius Christi, cioè il diritto di Cristo. Ancora di recente, commentando questa intuizione di Schneider, il Card. Burke, grato di tale intuito, affermava: “ricordandoci l’umiltà totale dell’amore di Cristo che si dona a noi nella piccola Ostia, fragile per natura, Mons. Schneider richiama la nostra attenzione sul grave obbligo di proteggere ed adorare Nostro Signore. Infatti, nella santa Comunione, Egli, a motivo del Suo amore incessante e incommensurabile per l’uomo, si fa il più piccolo, il più debole, il più delicato fra noi. Gli occhi della Fede riconoscono la Presenza Reale nei frammenti, anche nei più piccoli, della santa Ostia, e ci conducono, così, all’Adorazione amorosa”. Come insegnava san Tommaso d’Aquino, Gesù è realmente presente tanto nell’intero quanto nel minimo frammento del pane consacrato. Il grande teologo domenicano affermava che l’Eucaristia è sacra e perciò può essere toccata solo dalle mani consacrate; perciò egli faceva riferimento all’uso di ricevere la Comunione solo sulla lingua, tanto che la distribuzione del Corpo del Signore apparteneva al solo sacerdote ordinato. Ciò per diversi motivi, tra i quali l’Angelico cita anche il rispetto verso il sacramento, che “non viene toccato da nessuna cosa che non sia consacrata: e quindi sono consacrati il corporale, il calice e così pure le mani del sacerdote, per poter toccare questo sacramento.

A nessun altro quindi è permesso toccarlo fuori di caso di necessità: se per esempio stesse per cadere per terra, o in altre contingenze simili” . Un esperimento condotto negli Stati Uniti, ha dimostrato che, ponendo la comunione in mano, diversi frammenti, difficilmente scorgibili ad occhio nudo, rimangono prima impressi nella palma della mano, quindi cascano a terra. Inoltre, accanto al rischio di profanazione continua, si presenta anche il problema delle “messe nere” e dei circoli satanisti che, quasi meravigliati di questa consuetudine, possono più facilmente prelevare l’ostia e condurla via. Di recente, diverse isolate ma significative voci si sono alzate, nella Chiesa, per indurre a riflettere sui danni e i rischi della comunione nelle mani. In particolare merita una menzione il lavoro pluriennale del già citato mons. Schneider, Vescovo Ausiliare di Astana che, in alcuni opuscoli tradotti in varie lingue, con coraggio ha denunciato i grandi rischi della comunione in mano. Così anche Benedetto XVI, per quanto si sia espresso a favore dei due usi (in ginocchio e in mano) ha tuttavia voluto dare risalto all’uso di riceverla in ginocchio nelle celebrazioni pontificie. Ancora di recente, il Prefetto della Congregazione per il Culto Divino (dunque il numero uno della liturgia cattolica!) a Milano è tornato sul tema con parole inequivocabili a riguardo dei rischi della comunione in mano. In Italia merita una menzione don Giorgio Maffei che si è battuto a lungo per questo tema. Diversi gli appelli, caduti nel vuoto, che egli con autentico afflato sacerdotale, rivolgeva ai confratelli, quando per esempio,in uno dei suoi diversi contributi sul tema, scriveva: “con l’uso della Comunione sulla mano, i frammenti rimangono sulla mano del fedele, che di solito non ci guarda nemmeno, non ci bada o non se ne accorge, finendo poi per terra dove vengono calpestati, spazzati via, profanati. Ciò è ben noto. I sacerdoti tutti lo sanno molto bene, perché come si è detto, ne hanno quotidiana esperienza.

Anche i sacerdoti giovani, che vengono istruiti a dare la Comunione sulla mano e non fanno uso del piattello, conoscono ugualmente questo particolare delle Ostie di perdere i frammenti, talora anche senza essere toccate. I fedeli hanno di ciò minore esperienza e sono meno colpevoli dei sacerdoti”. Il noto sacerdote tradizionalista aveva anche auspicato almeno il ripristino del piattello, argomento per il quale subirà umiliazioni e offese come di un prete fuori dai tempi e dai veri problemi. Eppure don Maffei riteneva che l’uso del piattello potesse ridurre notevolmente il rischio concreto della caduta di frammenti durante la comunione. In qualche occasione, non senza ragione, il prete bolognese paventava persino il rischio della scomunica per quanti permettevano la profanazione dei frammenti con l’uso della comunione nelle mani perché, diceva, il peccato commesso contro Dio e il suo Cristo è foriero di scomunica, e quale peccato più grave vi può essere che quello di oltraggiare le specie eucaristiche? Tra i mistici, ricordiamo la testimonianza dell’austriaca Maria Simma, che aveva un rapporto esclusivo con le anime del Purgatorio, la quale ebbe rivelato che tutti i Pastori della Chiesa che avevano approvato la Comunione in mano, se fossero morti in grazia di Dio, sarebbero comunque rimasti in Purgatorio fino al giorno in cui la Chiesa non avesse tolto tale indulto.

Si può pensare allora che questa novità, non proveniente dal Concilio, almeno non direttamente, trovi la sua origine nella regia che, infiltratasi nei ranghi di riguardo delle Conferenze episcopali nazionali, soprattutto nordeuropee, si è imposta. Intanto, veniva presa a prestito la ragione di un ritorno alle origini della fede, che nascondeva però il bisogno di delegittimare la controriforma tridentina. Proverò a spiegarmi meglio. Tutti i circoli che hanno richiesto la comunione nelle mani erano schierati in modo radicale nel progressismo teologico, di matrice modernista. In realtà, lo slogan di un auspicato ritorno alle fonti patristiche (per quanto suggestivo e meritorio), da quelle parti voleva dire il discredito della grande stagione del Concilio di Trento. E questo perché? Perché il discredito del grande spirito tridentino consentiva la riabilitazione di Lutero. Questa è una considerazione del teologo Ratzinger all’indomani del Concilio. E, dunque, in ogni caso, la riforma liturgica si orientava unilateralmente, in direzione della stagione patristica, ma come rifiuto latente della stagione tridentina. Come a dire che i primi cinque secoli sì, sono normativi, il resto non ci riguarda. Questa netta e inesistente contrapposizione, per quanto latente, accompagnava purtroppo la riforma liturgica manomessa dai modernisti. Si faceva valere la prassi in uso nei primi secoli del cristianesimo, attestata abbondantemente nei Padri, quella cioè di ricevere l’Eucaristia nelle mani.

Nelle prime comunità cristiane era normale ricevere il corpo di Cristo direttamente sulle mani; al riguardo vi sono numerose testimonianze, sia nell’area orientale, sia in quella occidentale: molti Padri della Chiesa (Tertulliano, Cipriano, Cirillo di Gerusalemme, Basilio, Teodoro di Mopsuestia), diversi canoni giuridici sanciti durante sinodi e concili (il Sinodo di Costantinopoli del 629; i Sinodi delle Gallie tra VI e VII secolo; il Concilio di Auxerre avvenuto tra il 561 e il 605), fino alle testimonianze dell’VIII secolo di san Beda il Venerabile e san Giovanni Damasceno: tutti attestano la medesima diffusa tradizione. E ciò era senz’altro utile riconoscerlo. Ma a questo punto ci si domandava che fine facesse invece, in termini di legittimazione teologica e liturgica, il passo ulteriore compiuto dalla fede ecclesiale. Quando nel medioevo alcune correnti teologiche misero in discussione la modalità della presenza reale di Cristo nel Santissimo Sacramento – arrivando alcuni a definirlo come un segno vuoto che richiama solo lontanamente la realtà sostanziale del Signore presente in mezzo a noi – la reazione della comunità ecclesiale fu di sottolineare maggiormente la venerazione e l’adorazione per le Specie Eucaristiche fino ad introdurre il nuovo rito di ricevere la Comunione direttamente sulla bocca ed in ginocchio proprio per sottolinearne la grandezza della presenza reale del corpo di Cristo. Se non si interverrà adeguatamente c’è il rischio concreto che l’Eucaristia venga del tutto profanata.

Aggiungiamo, umilmente, che anche da un punto di vista igienico è molto meglio se l’ostia viene toccata solo dal sacerdote, e non passa per mani che magari non hanno avuto la possibilità di lavarsi prima della messa. Chi, come il sottoscritto, si sposta in bicicletta, o chi si sposta in moto maneggia catene e lucchetti, che non sono certo il massimo dell’igiene...comunque ripetiamo qui il link.



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FATIMA, IL SEGRETO NON SVELATO E IL FUTURO DELLA CHIESA

SANTI INDEMONIATI: CASI STRAORDINARI DI POSSESSIONE

PADRE PIO CONTRO SATANA. LA BATTAGLIA FINALE

SUPER EX RIFLETTE SU CHIESA ED ELEZIONI POLITICHE DI MARZO. IPOTIZZA UN EFFETTO BERGOGLIO. E CIOÈ MOLTI VOTI CATTOLICI A DESTRA.

Marco Tosatti

Il nostro attento e sottile Super Ex (ex Movimento per la Vita, ex Scienza & Vita, ex giornalista d i Avvenire, ex docente di scuola cattolica, ma per grazia di Dio non ex cattolico) ha riflettuto sulle ricadute politiche delle posizioni della Chiesa italiana di questo periodo, in vista anche e soprattutto delle elezioni di marzo. Ci sembra che le sue osservazioni dovrebbero fornire parecchi spunti di riflessione a vescovi e preti. E a non pochi laici, molti dei quali, ahimè, tanto clericalizzati da sembrare più preti dei preti.

Come si difendono, oggi, i cattolici, dall’attacco alla loro fede portato anzitutto da uomini di Chiesa?

Il mio osservatorio, limitato eppur significativo, mi spinge a credere che assisteremo al crollo dell’8 per mille alla Chiesa cattolica. Crollo già iniziato, peraltro, ma destinato ad aumentare. Ancora più interessante, però, un fatto: se colgo bene gli umori, avremo anche un “effetto Bergoglio” di tipo politico.

In che senso? L’appiattimento di questi anni a sinistra, con Nunzio Galantino e decine di vescovi burattini del Pd renziano, ha prodotto un generale disgusto. Mai si erano viste le gerarchie cattoliche così poco prudenti, così smaccatamente e sonoramente partigiane. Mai la sinistra aveva elogiato in modo così sperticato un pontefice, facendone quasi la sua guida spirituale e ottenendo in cambio ammiccamenti o, quando opportuno, silenzi.

La conseguenza di tutto ciò è presto detta: è probabile che avremo un boom di cattolici che, il 4 marzo, voteranno Lega e Fratelli d’Italia. Ogni giorno che passa ne trovo conferma. Probabilmente finiranno a quei partiti (e, qua e là, a singoli candidati appartenenti al movimento Idea) i voti di tantissimi cattolici ordinari e vi rientreranno anche quelli di molti ciellini, che dopo le sbandate, da Berlusconi a Renzi, torneranno a votare, in ordine sparso, ma soprattutto a destra.

Ci sarà soprattutto un sussulto della generazione che ha avuto in Giovanni Paolo II e in Benedetto XVI dei punti di riferimento e che non può cancellare dal dna della sua fede l’amore per la famiglia, così avversata dalla sinistra internazionale, e quello per la patria.

Oggi infatti Lega e Fratelli d’Italia invitano ad un risorgente amor patrio che percorre tutto il mondo religioso, dall’Ungheria, alla Russia, alla Polonia. “Patria” è una parola sacra, non un termine fascista; è una parola profondamente religiosa che nulla ha a che vedere, come vorrebbe il mondialismo cosmopolita, con il nazionalismo ideologico. Patrioti si consideravano anche gli uomini di fede, come Alcide Degasperi e Konrad Adenauer, che fecero l’Europa unita.

“Patria”, scriveva Giovanni Paolo II in un libro significativamente intitolato “Memoria e identità”, “si collega con il concetto e con la realtà di padre (pater). La patria in un certo senso si identifica con il patrimonio, cioè con l’insieme di beni che abbiamo ricevuto in retaggio dai nostri padri”.

E aggiungeva che la patria viene spesso chiamata anche “madrepatria”, essendo in un certo senso padre e madre di ognuno di noi. Il papa venuto dall’est, che invitava l’Europa a non rinnegare le “radici cristiane”, aveva questo linguaggio: non si vergognava certamente, lui, polacco, della sua patria, delle radici cristiane, e senza minimamente confondere patriottismo e nazionalismo, invitava comunque l’Europa a non smarrire “memoria”, “storia”, “radici” e “identità”. Quattro parole piene di vita, che oggi vanno bandite dal linguaggio ecclesialmente corretto.

Matteo Salvini e Giorgia Meloni, affiancati anche da collaboratori cattolici come Lorenzo Fontana (Lega) o Federico Iadicicco (Fdi), hanno il merito di essere rimasti gli ultimi, pur con tutti i limiti, a riconoscere ancora una qualche sacralità a questi concetti di famiglia e di patria e di opporsi al nichilismo imperante e ad un’ ideologia “immigrazionista” che tenta di sradicare tradizioni culturali, territoriali, popolari, per formare l’individuo apolide, senza identità nè relazioni, senza padri nè madri nè madrepatria, perfetto abitante del mondo iper-liquido che piace alle elite dominanti. Avranno per questo, probabilmente, un voto cattolico ben più consistente che in passato… a meno che non si giochino proprio in chiusura il credito acquistato in questi anni.

Il rischio esiste, soprattutto per la Lega: molti cattolici sino a pochi giorni fa orientati per il partito di Salvini, non gradiscono la sua insistenza sulla riapertura delle case chiuse (che pure esistevano anche nella Roma pontificia), e ancora meno l’enorme spazio mediatico concesso alla candidatura di Giulia Bongiorno, su posizioni antitetiche a quelle dei movimenti pro vita e famiglia a partire dal referendum del 2005 sulla procreazione assistita.

La tendenza catto-leghista c’è, dunque, ed è evidente, ma l’ultimo mese sarà decisivo. Lega e Fratelli d’Italia potrebbero motivare ancora più l’elettorato cattolico, spesso tentato dall’astensionismo, e far dimenticare alcune candidature indigeste, accogliendo la “dottrina Gandolfini” (e dei vari movimenti affini, come CitizenGo, Generazione Famiglia ecc.) e cioè ospitando nelle loro liste nomi importanti e riconosciuti del movimento cattolico che ha fatto i Family day…



PEZZO GROSSO, LA PUBBLICITÀ DELLO SHAMPOO SENZA CAPELLI, E IL VELO ISLAMICO. HIJAB, NIQAB, BURQA E VIA OCCULTANDO.

Marco Tosatti

Avete visto certamente sui social la nuovo pubblicità di shampoo dell’Oreal (consigliato il boicottaggio) che per pubblicizzare, ripetiamo uno shampoo usa la foto di una modella che porta l’hijab, il velo islamico che copre, giustamente, i capelli. Cioè l’oggetto da mostrare, se si vuole pubblicizzare uno shampoo. L’ha visto anche Pezzo Grosso e ci ha inviato un commento. Vale la pena di leggerlo, e memorizzarlo, e metterlo in archivio. E magari inviarlo a quelle signore (Boldrini, Bonino, Mogherini, per non citarne che tre) che si sono sottomesse a un’usanza verso cui molte donne nei Paesi a cultura musulmana giustamente si ribellano. Perché la ritengono a buon diritto un modo di dire alle donne: siete uguali agli uomini, ma un gradino più in basso…

Riporto in modo sintetico ed in base a mia traduzione , una storia vera raccontata da un noto avvocato di Ginevra al quotidiano “La tribuna di Ginevra” il 18 maggio 2016. Su un tram di Ginevra (il n°12) questo avvocato (Christophe Piguet, presidente del collegio forense al tribunale di Ginevra) nota una donna con burqa completo (inclusi guanti alle mani), e di fronte a costei un’altra donna elegantemente vestita alla moda. Quest’ultima si avvicina alla prima e con tono dolce le dice di essere anche lei musulmana, ma di non capire le ragioni dell’abbigliamento-burqa . La donna in burka risponde che: “È il Profeta che ci chiede di vestirci così”. La seconda donna ribatte: “Il Profeta? Ma è sicura? Potrebbe citarmi il testo dove è scritto”? La donna in burka risponde : “E’ nel Corano” .L’altra donna prosegue: “ Ah, io ho studiato il Corano, ma non ricordo d’aver letto che il Profeta ci domanda di vestirci come le femmine della tribù machinchosebidule (espressione riferita, ma senza certezza di aver inteso) che vivevano in questa zona del Sahara e portavano questi vestiti ben prima della nascita del Profeta per difendersi dalle tempeste di sabbia. In più il nostro Profeta probabilmente mai ha conosciuto questa tribù. Come potrebbe aver chiesto alla donne musulmane di vestirsi con un abbigliamento bizzarro che neppure conosceva?”. La donna in burqa scocciata risponde: “Basta signora, è il Profeta che lo ha scritto ed io l’ho letto, direttamente in lingua araba…” . L’altra donna: “Ah, voi conoscete l’arabo dunque, e lo leggete e parlate?”. La risposta della donna in burqa: “Sì assolutamente!”. La donna vestita all’occidentale si mette a parlare in arabo, ma comprende che la donna in burka non intende bene e le dice, in francese: “Madame , io sono professoressa d’arabo e di civilità mulsulmana all’Università (…) e posso affermare che lei non conosce e comprende l’arabo (…). Lei dove è nata?”.  Risposta: “Sono nata qui , a Ginevra”. La professoressa d’arabo ribatte: “Quindi lei porta vestiti concepiti per lottare contro le tempeste di sabbia da parte di una piccola tribù che viveva in una zona subsahariana di cui il Profeta non ha mai sentito parlare, lei dice di aver letto il Corano, ma è incapace di intendere le sfumature della lingua araba. Lei insiste a dire di aver trovato istruzioni su come vestire, ma non riesce a dirmi dove, in qual testo….”. La donna con il burka stavolta risponde spazientita : “Basta ! Lei mi sta aggredendo!” . La risposta della professoressa musulmana è la seguente: “No cara signora, è lei che ci aggredisce e offende la nostra religione grazie al vostro camuffamento e grazie alla vostra mancanza di cultura . Lei fa passare noi musulmani per imbecilli fanatici ..”.

Conclusione. Ma il velo – burqa che portano alcune donne islamiche, all’origine destinato a proteggere dalle tempeste di sabbia, ha qualcosa a che vedere con la religione islamica? O è solo mortificazione della donna?



 

IL MATRIMONIO AL VOLO DEL PAPA? UNA MEZZA FAKENEWS, CUCINATA MALINO….PENTOLE E COPERCHI.

Marco Tosatti

Il matrimonio al volo del papa? Una mezza fakenews, cucinata malino…Del matrimonio in volo, “improvvisato” e improvvisamente proposto dal papa, se ne parlava da un mese in Cile. Ieri sera una cara amica, attentissima alle cose di Chiesa in tutto il mondo (ma come fa? Deve avere una rete impressionante, planetaria, di amici) di cui non faccio il nome mi ha inviato il link di un articolo apparso sul quotidiano cileno El Mercurio un mese fa, un articolo di cronaca in cui il giornalista era andato a intervistare il capitano dell’aereo che doveva portare il Pontefice in Cile, e i membri dell’equipaggio.

In esso, fra l’altro era riportata un’intervista, breve, con lo steward e la hostess che il papa ha unito in matrimonio in aereo. Carlos e Paula dicevano di essersi sposati civilmente otto anni fa, di avere due figlie – 3 e 6 anni -; pianificavano di sposarsi in chiesa il 27 febbraio del 2010, ma il terremoto ha distrutto la chiesa in cui volevano farlo. Poi il lavoro, le figlie, e il progetto fu rimandato. Qui l’intervista in spagnolo per chi vuole leggerla.

Ma già un mese fa dicevano:

“Así, ambos esperan que en enero próximo este postergado plan pueda finalmente concretarse sobre el avión y dirigido nada menos que por el mismísimo Papa Francisco. “Nos encantaría. Es nuestro lugar, es nuestra segunda casa, es donde nos sentimos seguros”, manifestó Podestà.

Così, entrambi sperano che a gennaio questo piano ritardato possa finalmente realizzarsi sull’aereo e diretto nientemeno che da Papa Francesco stesso. “Ci piacerebbe, è il nostro posto, è la nostra seconda casa, è dove ci sentiamo al sicuro”, ha detto Podestà”.

È ben probabile che all’epoca il Pontefice regnante non avesse la minima di idea di chi fossero Carlo e Paula. Ma è altrettanto probabile che qualcun altro lo sapesse, se già i due ipotizzavano la possibilità di un matrimonio in volo…

E allora tutto quello che abbiamo letto, e ci hanno raccontato, della spontaneità dell’occasione, del dialogo con il papa da cui sarebbe nata l’idea improvvisa e così via? Lasciamo a voi giudicare.

Come spiega bene Infovaticana in questo articolo di Gabriel Ariza.

Fra l’altro mi facevano notare un’amica canonista che l’unica cosa su cui neanche un papa può passare sopra, per quanto incurante delle regole, è lo stato libero. Ci vogliono gli atti di battesimo, e la sicurezza che nessuno dei due contraenti abbia già un legame. Quindi, anche il papa doveva essere certo di questi elementi, prima di farlo…Ma pur di avvalorare l’immagine di un papa alla mano, un papa del popolo (populista? Ahi! Ahi!) e inscenare quella che ieri Pezzo Grosso chiamava telenovela tutto fa brodo.

Pentole e coperchi…



PEZZO GROSSO (SCONSOLATO) PARLA DI UN “ERRORE AD ALTA QUOTA”. SAPPIAMO TUTTI A COSA SI RIFERISCE…

Marco Tosatti

Devo dire che un po’ me lo aspettavo. Dopo aver visto immagini e notizie del matrimonio in volo celebrato dal Pontefice, rilanciato e diffuso dai sistemi di pubblicità vaticana, e commentato – in maniera certamente molto varia – sui social, mi sono detto: vuoi vedere che Pezzo Grosso ora mi scrive? E infatti. L’unica sorpresa che l’abbia fatto così tardi. Mi attendevo già da ieri pomeriggio una reazione. Che, come vediamo, è sconsolata. Nella foto insieme ai due sposi – Auguri, auguri! – fa capoccella, come si dice a Roma, l’onnipresente padre Antonio Spadaro, il jinn dell’immagine del Pontefice.

Caro Tosatti. Dal Corriere della Sera, leggo che il portavoce della Sala Stampa vaticana (come rimpiangiamo Joaquin Navarro Vals !!) spiega che il Papa ha celebrato <un matrimonio a sorpresa>. Il quotidiano riferisce che erano già sposati civilmente (nel 2010?) e avevano due figli ma il loro desiderio era sposarsi in Chiesa. Hanno impiegato ben sette anni per decidersi a farlo, ma confondendo l’Aereo con la Chiesa, forse essendo personale di bordo ormai non facevano più distinzioni così complesse…. Poi il portavoce racconta che la formula utilizzata dal Papa per sposarli è stata: <Tu sei sicuro? Si ? E tu sicura?>. Bueno, amen. Giocare con i Sacramenti, come giocare con la prassi, è un gioco pericoloso. In pochi momenti viene ridicolizzato il sacramento del matrimonio e forse anche quello della confessione (li ha anche confessati visto che vivevano more uxorio? Tralascio le procedure di pubblicazione, testimoni, ecc. ). Tutto con il Papa sembra un film, una fiction, interpretata da un attore che sa improvvisare, sa fare sorprese, sa creare lo spirito della telenovela. Ma ormai non ci si meraviglia più di quel che fa, si soffre basta. Quando ho letto di questo ultimo show ho pensato a al Beato Rosmini. Se ne fosse stato oggi spettatore, le piaghe della santa chiesa sarebbero state sei (non cinque). La sesta sarebbe stata l’esibizionismo confondente dei vertici della chiesa.

Eh sì, è proprio sconsolato…



 

CASO PLOUMEN-VATICANO. TROPPE DOMANDE SENZA RISPOSTA. COME SE AL AZHAR DESSE UNA MEDAGLIA AL CONSORZIO PROSCIUTTO SAN DANIELE…

Marco Tosatti

Una nota per riferire due elementi ulteriori, che mi sono stati comunicati questo pomeriggio, e che contribuiscono a rendere ancora più necessario un chiarimento. Il problema delle onorificenze. La tesi secondo uno scambio è frequente o di pragmatica si riferisce però soprattutto alle visite di Stato. E la visita dei reali di Olanda del giugno 2017 non era una visita di Stato. Inoltre secondo indiscrezioni di ottima fonte il nome di Liliana Ploumen sarebbe stato segnalato, in vaticano, come poco consono a ricevere un’onorificenza vaticana, visto il tipo di attività esercitato dalla ex ministro. Ora non sappiamo se la segnalazione sia stata volutamente ignorata, o se semplicemente non se ne sia tenuto conto.

Scusate se torniamo ancora una volta, a bocce ferme, sul caso dell’ex ministro olandese Ploumen insignito di una decorazione pontificia di un Ordine cavalleresco, forse un po’ desueto, ma che comunque decorazione è, e significherà qualche cosa di più di un souvenir adesivo da attaccare al frigorifero.

Per prima cosa ricostruiamo gli elementi. La sera del 12 gennaio un articolo sul sito web del Lepanto Institute dava conto di ciò che sui social stava cominciando a circolare dal pomeriggio. E cioè della consegna del premio San Gregorio Magno da parte del Vaticano a Lilianne Ploumen, già ministro per il commercio estero e la cooperazione del governo olandese. L’articolo veniva corredato da un video nel quale la Ploumen mostrava l’insegna da portare appesa al collo consegnatale dal Papa, così si diceva nel video. Stilum Curiae ha ritenuto che la notizia fosse interessante, a causa soprattutto del video in cui Lilianne Ploumen appariva e parlava.

Il curriculum di Lilianne Ploumen è, da un punto di vista di valori contrastanti con quelli predicati dal papa, impressionante. A gennaio il presidente americano Donald Trump ha varato la Global Gag Rule, versione ampliata della Mexico City Policy varata nel 1984 dal presidente Reagan, che taglia finanziamenti federali per 535 milioni di dollari per le organizzazioni che promuovono, praticano e sostengono l’aborto. Lilianne Ploumen ha risposto varando una ONG chiamata SheDecides (Decide lei), volta a raccogliere fondi per le organizzazioni abortiste danneggiate dal cambio di politica del presidente Trump, mettendo per prima sul piatto la cifra di 10 milioni di euro. All’inizio del 2018 l’organizzazione riporta di avere raccolto fondi per 390 milioni di euro. Per questa sua iniziativa il 9 gennaio sul sito di SheDecides veniva annunciata la consegna alla Ploumen del premio Macchiavelli, conferito alle personalità che si distinguono nella comunicazione pubblica.

La stessa Ploumen è un’aperta sostenitrice della causa LGBT. Nel febbraio 2010 si fece promotrice di una protesta nella Messa celebrata nella Cattedrale di san Giovanni Battista contro l’insegnamento cattolico riguardo gli atti omosessuali, accusandolo di essere discriminatorio.

L’Ordine equestre pontificio di San Gregorio Magno è un ordine cavalleresco della Santa Sede istituito da papa Gregorio XVI il 1° settembre 1831. Nell’istruzione sul conferimento di onorificenze pontificie ecclesiastiche e laiche del 13 maggio 2001 è previsto che la gran croce dell’Ordine di San Gregorio Magno sia conferita a “candidati/e di alto profilo nel servizio della Chiesa, a livello nazionale e internazionale, con almeno 55 anni di età e dopo 10 anni dal conferimento di una onorificenza di grado inferiore”.

Tra i premiati figurano i nomi di Gilbert Keith Chesterton, lo scrittore Louis de Wohl, l’economista Stefano Zamagni, il musicista Riccardo Muti. Nello stesso documento si precisa la procedura prevista per il conferimento delle onorificenze: “I Vescovi diocesani possono proporre il conferimento di una onorificenza pontificia ad ecclesiastici e laici, in segno di apprezzamento e riconoscenza per il servizio prestato. Un Vicario Generale può parimenti richiedere tale conferimento, dichiarando però esplicitamente di procedere in merito con espressa autorizzazione del proprio Vescovo. La richiesta, accompagnata dal curriculum vitae dei candidati (età, professione, condizione familiare e sociale, con descrizione accurata delle benemerenze acquisite nei riguardi della Chiesa), dovrà essere inviata alla Nunziatura Apostolica, che la farà pervenire – corredata dal proprio nulla osta – alla Segreteria di Stato. Le domande provenienti dai territori soggetti alla vigilanza delle Congregazioni per le Chiese Orientali e per l’Evangelizzazione dei Popoli, siano prima inviate al Dicastero competente che provvederà poi a trasmetterle alla Segreteria di Stato”.

In Segreteria di Stato, Prima sezione, quella degli Affari Generali, c’è un ufficio, a dir la verità non molto importante, che si occupa di questo genere di benemerenze. Più volte in passato si è discusso dell’opportunità di mantenere quello che sembra un po’ un costume di altri tempi. Se non vado errato – correggetemi – dell’ufficio si occupano il segretario egiziano del Pontefice e mons. Burgazzi.

Le reazioni alla notizia sono state molto diverse, e interessanti. Alcuni – anche fra i commentatori di Stilum Curiae – hanno gridato alla bufala, alla fakenews e così via. Stessa reazione su social da parte dei tifosi di Bergoglio. E non solo il “popolino” come si usava dire una volta. Fra quelli che cercavano di dimostrare – e accreditare – l’ipotesi di una medaglia comprata per qualche decina di euro su Internet c’era anche un amico che occupa un ruolo importante nella comunicazione di un’università pontificia specializzata in comunicazione…cosa può fare l’amore.

Stranamente, i battaglioni di colleghi vaticanisti hanno mostrato nessun interesse per la notizia. E, se mi permettete, è strano. Sarebbe come se il Gran rabbinato di Gerusalemme, o l’università di Al Azhar elargissero un’onorificenza a Citterio o al Consorzio del Prosciutto San Daniele. Ma forse c’era, c’è, il desiderio di non infastidire l’Istituzione. Così mi è venuto da sorridere quando sull’aereo una collega ha chiesto al papa se non avesse paura di parlare con i giornalisti. E perché mai dovrebbe temer qualche cosa, non so, una domanda imbarazzante?

Pensavo, erroneamente, che qualche collega di agenzia in Sala Stampa, come è consuetudine in questi casi, chiedesse un chiarimento. Così non è stato, e allora ho pensato che fosse opportuno scrivere di persona. Il giorno seguente mi è giunta la risposta della Sala Stampa della Santa Sede per bocca della vicedirettrice, la giornalista Paloma Garcia Ovejero, che ringrazio. Anche perché so che altri colleghi – Steve Skojec di OnePeterFive, di sicuro – non hanno avuto un riscontro alla domanda. “L’onorificenza dell’Ordine Pontificio di San Gregorio Magno ricevuta dalla Signora Lilianne Ploumen, già Ministro dello Sviluppo, nel giugno 2017, durante la visita dei Reali olandesi al Santo Padre, risponde alla prassi diplomatica dello scambio di onorificenze fra Delegazioni in occasione di Visite ufficiali di Capi di Stato o di Governo in Vaticano. Non è quindi minimamente un placet alla politica in favore dell’aborto e del controllo delle nascite di cui si fa promotrice la signora Ploumen”, scriveva Paloma, confermando così la notizia.

Nel frattempo il cardinale Eijc aveva emesso un comunicato, dicendo che non sapeva nulla della questione, e che non era stato consultato. A quanto sembra, forse neanche il presidente della Conferenza episcopale è stato coinvolto. A un chiarimento globale mancano però parecchi elementi. Può essere che il profilo di Lilianne Ploumen sia stato effettivamente vagliato senza che – incredibilmente – sia stato rilevato alcunché da eccepire? Qualche vescovo o cardinale della conferenza episcopale olandese è stato sentito, e ha dato un parere? Dalla risposta della Sala Stampa sembrerebbe che un po’ di queste onorificenze, in alcuni casi, siano messe sul vassoio per essere consegnate nel corso delle visite diplomatiche a chiunque faccia parte della delegazione. Mi faceva notare un amico: “Se così fosse non si potrebbe escludere che un qualsiasi emulo del dr. Menghele ricevuto in Vaticano possa vedersi consegnare una qualche onorificenza senza che ciò debba configurarsi come un avallo delle sperimentazioni sui prigionieri”.

Certo, in teoria queste medaglie vengono date per meriti…che senso ha allora distribuirle a pioggia per prassi diplomatica, senza neanche verificare chi le riceve?

Si chiede il mio amico: “Era necessario e diplomaticamente inevitabile?”. Quando Hitler si recò in Italia il 2 maggio del 1938 egli era il cancelliere della Germania. Certo, si conoscevano le sue idee, ma non si era ancora palesato per il mostro che era; la notte dei cristalli avverrà il 9 novembre e le deportazioni verso i campi di sterminio seguiranno nel tempo, ma già allora Pio XI fu fermissimo: non ricevette il cancelliere del Reich, si oppose all’addobbo di via della Conciliazione, deplorò apertamente che la croce celtica avesse sostituito la croce di Cristo negli addobbi dell’urbe, mostrando anche in questo modo lo zelo pastorale per il popolo. “Ma oggi può davvero un’etichetta diplomatica sostituire il comandamento a non dare scandalo? Cosa c’è di più abietto che il sostegno a politiche di sterminio di bambini innocenti? Non è più l’aborto un “abominevole delitto?”.

Sono interrogativi importanti, specialmente importanti per i milioni di persone, cattolici e non cattolici, che nel mondo si battono contro l’aborto, arrivando fino al carcere, come l’attivista canadese Mary Wagner. Il popolo pro-life e pro-family è rimasto colpito da questo fatto; e la mia opinione è che sarebbe necessaria, da parte della Santa Sede, una risposta ben più approfondita e articolata sul come e perché sia stata possibile questa gaffe colossale. E non trovate sbalorditivo che su settanta colleghi che hanno salutato il papa durante il volo verso il Cile nessuno abbia pensato di fargli una domanda semplice semplice, tipo: Santità, perché date una medaglia a un’abortista?



ORGANO A CANNE O ORGANO DIGITALE IN SAN PIETRO? UN’ULTERIORE RIFLESSIONE SUL TEMA DEL MAESTRO AURELIO PORFIRI.

Marco Tosatti

Cari amici di Stilum Curiae ospitiamo volentieri qualche ulteriore osservazione del Maestro Aurelio Porfiri sul tema che ha portato a un dibattito molto pacato e interessante fra specialisti; e cioè l’uso dell’organo a canne tradizionale o l’organo digitale nella basilica di San Pietro. E pensiamo così di avere esaurito questo argomento di sicuro ricco di spunti che travalicano il semplice interesse degli specialisti e degli amanti del genere.

Gentile Mº Mellner,

La ringrazio per la Sua risposta e per le Sue garbate critiche alle mie parole a cui ho il piacere di rispondere con questa lettera. Le rispondo volentieri proprio perché Lei ha formulato le sue osservazioni con garbo e argomentando il Suo ragionamento. Credo però di non sbagliare se Le dico che c’è stata molta gente, fra liturgisti, organisti e organari in Italia e all’estero, che ha capito perfettamente il mio messaggio e lo ha appoggiato di tutto cuore. Ma sono contento di rispondere alle Sue critiche, in quanto mi daranno la possibilità di chiarire meglio alcuni punti del mio pensiero.

Innanzitutto c’è un problema di metodo. Lei dice: “In altre parole, e lo dico per chi leggerà, non credo che sia saggio attribuire la scelta di un organo digitale a una motivazione teologica o dottrinale come se i sostenitori del digitale fossero quelli dalla fede annacquata mentre i sostenitori dell’organo vero siano i fedeli alla fede e alla tradizione. Sarebbe bene allora che chi si accosta alla disamina della problematica per farsi un’idea riesca a staccarsi dalle diatribe teologiche e provi ad allinearsi a una discussione tecnica, benché non ne sia esperto”. Ma io Le posso agevolmente controbattere che l’errore è ridurre il tutto ad un “fare” a discapito di un “essere” e che bisognerebbe fare molta attenzione al rispetto dei principi di pensiero insiti nelle azioni, benché non se ne sia esperti.

Tutte le azioni discendono da principi a cui fanno riferimento e da cui sono disciplinate. Questi principi possono essere di ordine filosofico, teologico, liturgico. Qui non si sta discutendo “la scelta di un organo digitale” ma il declassamento effettivo dello strumento proprio della liturgia per qualcos’altro, compiuto in quelle celebrazioni da considerare a modello delle altre come quelle papali. Quindi, prima di considerare le azioni pratiche, non si può tacere il principio che si ritiene violato e per la cui violazione questa vicenda ha causato e sta causando così tanto rumore. Come ho detto, io uso l’organo digitale regolarmente, ma in assenza dell’organo a canne. Bisogna solo intendersi su chi è cosa.

La Chiesa Cattolica, come Lei sa, è madre di una grande e splendida tradizione di musica liturgica. Lo so, la parola “tradizione” non piace a qualcuno, me ne sono fatto una ragione. Ma per farLe capire perché per me è importante questa parola, Le racconto una storia avvenuta proprio in questi giorni. Questa è la storia di un povero padre analfabeta dall’India, che per permettere alla figlia di andare alla scuola che dista 8 km dal suo villaggio, ha scavato con le sue stesse mani una strada percorribile nella foresta, che non ne offriva, e ci ha messo 2 anni. Ecco, questa è una bella immagine per dire cosa è la tradizione, quella dei nostri padri che hanno scavato per noi delle strade da percorrere in modo che non inciampassimo sul terreno non di rado inospitale della storia. L’organo a canne con tutto quello che rappresenta è parte di questa grande tradizione di musica cattolica. Può essere una tradizione più o meno recente, ma essa è pienamente legittimata dai documenti sulla liturgia e sulla musica liturgica, documenti mai contraddetti. E per questo, specie chi è investito di grandi responsabilità in campo ecclesiale, liturgico e musicale, deve essere in grado di mostrare un più grande rispetto per quello che i padri ci hanno consegnato, essere in grado di saperlo valorizzare per i tempi nuovi, non metterlo da parte.

Venendo all’organo a canne che non sarebbe efficace quando le liturgie non si svolgono all’altare della Cattedra. Qui ci sono due tipi di problemi, di cui posso parlare per una certa esperienza diretta dovuta alla mia frequentazione passata dell’organo stesso e della Basilica. Le liturgie che si svolgono alla Cattedra con il Papa sono solitamente quelle dei funerali dei Cardinali, seguite da molto meno gente rispetto alle grandi liturgie che si svolgono alla Confessione. Questo si è certo accentuato con Papa Francesco che non usa presiedere i funerali dei Cardinali ma arriva soltanto verso la fine per alcuni riti finali. Quindi dal punto di vista dell’impatto, non è certo positivo relegare l’organo a canne solo a quelle occasioni.

Poi c’è il problema della microfonazione e qui Lei mi dice che microfonare è un’operazione difficile. Io naturalmente Le voglio credere in linea di massima. Ma difficile non significa impossibile. Parlando dell’organo digitale Lei afferma: “Certo: l’organo deve essere campionato in maniera impeccabile e con mezzi assolutamente professionali. E inoltre, essendo che la campionatura avviene proprio grazie ai microfoni, questi dovranno essere piazzati nei luoghi giusti da chi conosce l’organo come le proprie tasche. Ultimo elemento necessario, va campionato lo strumento che si desidera avere, quindi è molto probabile che l’organo digitale in uso in basilica sia proprio la campionatura di quello della Cattedra”. Quindi, per avere risultati adeguati, anche qui ci sono da superare difficoltà notevoli di ordine tecnico, superabili (seguendo il suo ragionamento) solo con l’impiego di grandi professionalità. Ora, non è proprio possibile usare grandi professionalità per microfonare in modo più adeguato l’organo a canne? Possibile che oggi che si fanno miracoli tecnologici non si riesce a trovare una soluzione (laddove il problema fosse veramente grande) in modo da valorizzare lo strumento proprio alla Basilica? Sono le difficoltà veramente insuperabili? Mi permetta di dirLe che tutto questo mi lascia più che perplesso. Se in un senso le difficoltà sono superabili, perché non nell’altro? Se le soluzioni adottate in passato non lasciano soddisfatti, sono sicuro che ce ne sono altre che potrebbero senz’altro presentarsi come più soddisfacenti. Ho notato che Lei riteneva improprio il mio paragone del luminare e del suo assistente, definendo l’esempio inefficace e dicendo che bastava microfonare propriamente il luminare. Che è in realtà esattamente quello che io e molti altri come me vanno dicendo per l’organo a canne.

Le ribadisco che una imitazione, per quanto perfetta, rimane una imitazione. Lei mi dirà che prendere un organo a canne è costoso: certo, ma essi ci sono già nella stragrande maggioranza delle Chiese ed esso è lo strumento proprio della liturgia, da tenere in grande onore, secondo i documenti. Nelle Chiese dove si fatica per mantenere l’organo a canne in buono stato, non avrà questo esempio un effetto veramente deleterio? Inoltre, Lei riferisce di “uno dei più grandi e attuali compositori di musica sacra” che non saprebbe distinguere tra un suono reale e uno campionato. Io ne conosco di più modesti che lo saprebbero fare. Inoltre, come detto, pur se il suono fosse “quasi come” quello reale, esso non diviene un organo a canne come un imitatore, per quanto bravo, non diviene il personaggio imitato in essenza.

A proposito della considerazione dovuta per l’organo a canne della Basilica, Lei dice non essere stata messo in discussione. Mi dispiace in questo caso di doverLa contraddire. Il presidente della compagnia Allen, Steven A. Markowitz, che ha fornito l’organo digitale in questione al Vaticano, ha rilasciato un comunicato dopo la sistemazione del loro strumento nella Basilica di San Pietro nel sito stesso della compagnia in cui dice, parlando dell’organo a canne e delle discussioni avute con la controparte: “Era evidente che questo organo non è ben accettato e non serve adeguatamente il ministero musicale della Basilica. Problemi includono l’intonazione e l’impossibilità di miscelare e coordinare il suono dell’organo attraverso la Basilica” (mia traduzione – “It was evident that this organ is not well received and does not adequately serve the Basilica’s music ministry. Issues include tuning, as well as an inability to properly mix and coordinate the organ’s sound throughout the Basilica” vedi https://www.allenorgan.com/www/allenews/mainallenews.html). A me non sembra proprio un apprezzamento dell’organo a canne. Quindi qui c’è qualcosa che non va. E qui non si fa riferimento alle liturgie papali, ma a tutto il ministero musicale della Basilica. Quindi, una bocciatura in piena regola. Ora, accettando ciò che Lei dice, cioè che nessuno ha mai bocciato l’organo a canne, qui mi sembra che ci sia stato un malinteso con la Allen, che spero sarà chiarito.

Ma il problema rimane sempre quello che ho esposto prima: talvolta il meglio è nemico del bene, specie quando questo “meglio” non rispetta le essenze. Se si digitalizza e campiona l’organo, perché non le voci? Forse oggi sembra difficile (o forse no, Lei è l’esperto) ma un domani chissà. Perché al posto del coro non usare una bellissima registrazione dove tutti cantano intonati e con le voci mixate perfettamente? È vero che noi riceviamo il suono dell’organo così come viene dagli amplificatori, ma così è anche per la voce del Papa, dei lettori e via dicendo. Ma nessuno penserebbe a campionare il Papa o i lettori. E non bisogna far divenire la liturgia una cosa asettica, artificiale, una produzione cinematografica. Non bisogna fare in modo che la liturgia divenga schiava della tecnologia, piuttosto che servirsene. Mi sembra che ci si preoccupi troppo di far divenire la liturgia uno show piuttosto che una celebrazione viva. Allora toglieremo i paramenti bianchi perché in televisione vengono male? La liturgia deve venire ripresa dai mezzi di comunicazione ma il luogo di culto non deve divenire un set televisivo.

Lei mi sembra convenga con me sui pericoli dell’uso smodato della tecnologia. Come Le dissi, questi pericoli sono enormi quando non si tiene conto delle essenze e della tradizione che le custodisce. Se la tecnologia è a servizio dei principi è una cosa fantastica. Altrimenti dobbiamo guardarcene. Il filosofo Emanuele Severino, in una bella intervista sull’Espresso, osservava: “Da gran tempo vado scrivendo che la cultura del nostro tempo, allontanandosi dai valori della tradizione, chiede appunto perché non si debba fare ciò che si riesce a fare; sicché “naturale” è tutto ciò che si riesce a fare. Ma siamo di fronte a una questione gigantesca, o, anche, a una gigantomachia, perché la tradizione indica i limiti che l’agire umano non può oltrepassare, e li indica in base a un sapere che ritiene di potersi presentare come “Verità” incontrovertibile. La “natura” appartiene a questi limiti. E la natura è stabilita da Dio. Da due secoli la cultura dell’Occidente intende invece mostrare l’inesistenza di tali limiti e di ogni dimensione “naturale” inviolabile. Si pensi ad esempio al declino del “diritto naturale” (che cioè difende quanto spetta a ognuno “per natura”) e alla contrapposta affermazione del “diritto positivo” (cioè posto, imposto dell’uomo in una certa epoca storica)”.

La ringrazio ancora della Sua cortesia e per avermi dato modo di chiarire ulteriormente il mio pensiero.



SAN PIETRO: ORGANO A CANNE O ORGANO DIGITALE? LA RIFLESSIONE DI UN COMPOSITORE SPECIALISTA DI MUSICA DIGITALE.

Marco Tosatti

In un articolo uscito qualche giorno fa abbiamo ospitato un interessante riflessione del maestro Aurelio Porfiri in merito a una questione che è emersa nelle settimane passate, riguardante l’uso o meno di un organo digitale in San Pietro in sostituzione dell’organo a canne presente nella basilica. L’articolo ha spinto uno dei lettori abituali di Stilum Curiae a offrire il suo contributo alla discussione, e siamo felici di presentare la sua opinione.

“Egregio maestro Porfiri,

ho letto il suo intervento nel blog del dott. Tosatti a riguardo della recente controversia dell’organo nella basilica di san Pietro.

Non ci conosciamo, ma sono un musicista e compositore professionista e possessore di uno studio di registrazione digitale. Mi creda, quindi, quando le dico che ho conoscenza della materia.

Tanto per ribadire, produco i miei album anche con l’ausilio di strumenti digitali e ne conosco quindi potenzialità e limiti.

Sono entrato in ‘contatto’ con la controversia tramite la visione dell’intervista a mons. Palombella (link sotto), che spiega le ragioni dell’adozione di uno strumento digitale.

Poi, ho letto quanto lei ha scritto nel blog del dott. Tosatti.

Sento dunque il dovere di condividere con lei e con i lettori alcune considerazioni non tanto per iniziare una diatriba ma, se non altro, per dare spunto di riflessione veniente da una voce diversa.

Inizio dalle argomentazioni di mons. Palombella perché, a mio avviso, danno il quadro chiaro del problema.

Mons. Palombella afferma che era necessario far sentire “con pertinenza” il suono dell’organo a canne in basilica cosa non possibile, attualmente, per via della necessaria microfonazione dell’organo presente in basilica.

Continua affermando che la situazione della basilica di san Pietro è del tutto “particolare” in quanto fino alla riforma liturgica del CVII la basilica non veniva usata per le celebrazioni. La liturgia veniva fatta “nell’altare della Cattedra”. Dunque, con le celebrazioni dei vari papi in basilica sono nate nuove esigenze. Secondo mons. Palombella, e non sbaglia, l’organo a canne adatto a coprire uniformemente col suo suono la basilica, dovrebbe essere grande come mezza basilica, cosa chiaramente irrealistica.

Ecco quindi che entra in gioco la tecnologia digitale proprio per le esigenze, diciamo, più ‘grandi’.

Sempre secondo mons. Palombella, infatti, l’attuale organo risponde solo alle esigenze celebrative nella zona dell’altare della Cattedra. E tuttavia, come afferma il monsignore, quando si celebra la liturgia nell’altare della Cattedra, “siamo obbligati a usare l’organo a canne ivi residente, perché meglio di questo non c’è”. Ma quando ci sono esigenze di liturgia nella basilica o peggio ancora nella piazza antistante, peraltro liturgia trasmessa dai network, allora per far sentire tutta la gamma timbrica dell’organo a canne c’è bisogno di uno strumento digitale.

Le parole appena ora riportate sono tratte da questa intervista:  

Impostato così, come ce lo espone mons. Palombella, siamo davanti a un problema prettamente tecnico e auspicherei, sinceramente, che rimanesse su questo piano.

In altre parole, e lo dico per chi leggerà, non credo che sia saggio attribuire la scelta di un organo digitale a una motivazione teologica o dottrinale come se i sostenitori del digitale fossero quelli dalla fede annacquata mentre i sostenitori dell’organo vero siano i fedeli alla fede e alla tradizione.

Sarebbe bene allora che chi si accosta alla disamina della problematica per farsi un’idea riesca a staccarsi dalle diatribe teologiche e provi ad allinearsi a una discussione tecnica, benchè non ne sia esperto.

Personalmente non darò giudizi di merito sulla scelta dell’organo digitale. Ma cercherò di limitarmi a dare indicazioni utili a chi non è familiare con la materia.

Inizio dalla prima e più importante obiezione:

lo strumento digitale non è come lo strumento vero.

Lei afferma con parole chiare questo concetto (tratte dalla sua intervista riportata in Stilum Curiae): “non c’è un momento in cui io dimentico che l’organo campionato non è la “real thing”, ma è appunto un surrogato.”.

Questa affermazione, insieme a quelle simili, dicono una verità che però è una mezza verità.

Prendiamo ad esempio uno strumento a corda, tipo una chitarra. Con lo strumento vero io pizzico una corda ed essa suona. Nel caso della stessa chitarra campionata io tocco un tasto di un pianoforte virtuale e riproduco il suono della corda senza doverla pizzicare. Ovvio che in questo caso la differenza è palese perché in un caso utilizzo un mezzo ‘meccanico’ (il movimento delle dita o della mano) mentre nell’altro manca questo movimento.

Ma quando si tratta dell’ascolto, cioè dell’audizione del risultato, la differenza scompare perché, se il campione, o clone, dello strumento è fatto bene, non ci sarà nessuna differenza sonora. Questa mia ultima affermazione è avvalorata da prove sul campo a cui nessuno, ad oggi, è mai riuscito a superare.

Senza farne il nome, ma uno dei più grandi e attuali compositori di musica sacra è stato sottoposto all’ascolto, senza riferimenti visivi, di archi veri e campionati. Ebbene, il menzionato compositore non è riuscito a distinguere quale, ascoltando, era lo strumento vero o quale quello ‘clonato’. Ribadisco che ad oggi, in presenza di strumenti campionati da professionisti con mezzi professionali, è pressochè impossibile trovare qualcuno che riesca a sentire la differenza fra i due risultati.

Ci sarebbe però la visione del suonare uno strumento digitale. Mi spiego: se suono una chitarra campionata con un clic del mouse vedo subito che il suono viene da un campione. Ma nel caso dell’organo a canne digitale in basilica è di sicuro stata usata tutta la struttura fisica dell’organo vero, cioè ne hanno sicuramente riprodotto uno chassis contenente i tasti pesati, i pedali, i pulsanti dei timbri, e via dicendo. Stando così le cose, è virtualmente impossibile stabilire chi suona cosa. Provare per credere!

Del resto, basta ragionare su un altro fatto: quando voglio registrare una chitarra, o farla ascoltare in un concerto, sono costretto a usare un amplificatore che a sua volta viene dotato di un microfono che catturerà le frequenze dello strumento, esattamente come avviene per l’organo nella Cattedra laterale della basilica quando le celebrazioni sono ‘estese’.

Il microfono poi trasferisce il ‘catturato’ a una consolle, o mixer, perché è avvenuta la trasformazione di un suono analogico (appunto la chitarra reale) a un segnale digitale (quanto catturato dal microfono).

Alla fine, quando l’ascoltatore ascolta il suono della chitarra dalle casse di un impianto sonoro, non ascolta il suono che ascolterebbe appoggiando l’orecchio vicino alla mano del chitarrista, ma ascolta il ‘trasformato in digitale di quel suono.

È la stessa identica cosa che avviene all’organo della Cattedra: per le celebrazioni ad ampio raggio sonoro, tipo quelle che vedono impiegata nell’intera basilica o addirittura la piazza, l’organo della Cattedra deve necessariamente essere microfonato e quindi verrà poi ascoltato non come se si fosse nella Cattedra, a pochi metri da esso, ma da un impianto sonoro il quale lo riprodurrà come trasformato dai microfoni utilizzati.

Ora…fin qui non ci sarebbero problemi: basta microfonare!

Il problema è la microfonatura è procedura di una complicatezza fuori dal comune perché dipende da innumerevoli fattori.

È da tenere presente che il microfono cattura il suono come onda sonora che viaggia nell’aria. Ma l’aria è disturbata dalla temperatura, umidità, e via dicendo. Quindi, non è assolutamente detto che se metto il microfono a due metri dalle canne basse dell’organo della Cattedra e lo lascio immobile, fra un ora quel microfono catturi di nuovo e lo stesso identico suono. Oltre a ciò letteralmente ogni millimetro di spostamento dei microfoni catturano differenti gamme di frequenze dello strumento stesso.

Ed è qui che entra la tecnologia digitale. Un organo a canne può essere campionato in maniera che contenga tutte le gamme timbriche desiderate e una volta catturate niente può più disturbarle in modo che non vengano ‘fuori’ all’ascolto.

Certo: l’organo deve essere campionato in maniera impeccabile e con mezzi assolutamente professionali. E inoltre, essendo che la campionatura avviene proprio grazie ai microfoni, questi dovranno essere piazzati nei luoghi giusti da chi conosce l’organo come le proprie tasche. Ultimo elemento necessario, va campionato lo strumento che si desidera avere, quindi è molto probabile che l’organo digitale in uso in basilica sia proprio la campionatura di quello della Cattedra.

La difficoltà della microfonatura vuole anche rispondere a un’altra sua obbiezione, fatta con il paragone del ‘luminare’. Cito testualmente:

Ma facciamo un esempio: se ho un luminare che deve fare lezione e la sua voce non è stentorea che farò? Amplifico meglio il luminare, non faccio fare la lezione al sostituto perché ha la voce più forte. Il sostituto non è il titolare. Quindi, in questo caso sembra quasi un mettere da parte l’organo a canne (l’esemplarità) per altro, per il suo surrogato.

Il paragone usato non è capace di spiegare la portata nè del problema (la voce non stentorea) nè della soluzione (amplifico meglio il luminare).

Infatti per amplificare (solo amplificare!) il luminare basta, in realtà, un microfono, anche di scarsa caratura, e per giunta messo davanti alle labbra. Che sia in un punto o nell’altro non importa: basta che prenda, indipendentemente dalla bontà del timbro vocale.

Ma qui non si tratta di ascoltare un discorso tipo lezione universitaria, il quale ha valore solo nei contenuti esplicati. Qui si tratta di catturare tutta la gamma di timbri presenti in un organo avente per altro una certa stagionatura di legni e di altri materiali. È chiaro dunque che il mettere un microfono e via, come si farebbe a una conferenza, non può bastare per i motivi suddetti.

Una ulteriore obiezione, che lei ha soltanto menzionato come sentito dire, riguarda la sostituzione del digitale per cattivo funzionamento dell’attuale organo della Cattedra. Ma anche questa motivazione è stata confutata proprio dalle parole del monsignore il quale afferma che “non c’è nulla di meglio dell’attuale organo” quando però si fanno le messe e le celebrazioni limitate alla zona della Cattedra. Addirittura mons. Palombella dice testualmente che “siamo obbligati a usarlo”.

Riguardo alla pericolosità del sostituire col digitale tutto quanto si può, non posso che essere d’accordo. Ma anche in questo caso si devono fare dei distinguo. Esempio potrebbe essere l’uso del messale sotto forma di tablet, cosa peraltro già in atto da anni. Tutti i casi simili al ‘tablet’ però sono scelte che si fanno quasi per capriccio e non per utilità. In altre parole non è che si userebbe il digitale perché la versione cartacea non fa il suo lavoro. Il messale cartaceo lo fa benissimo il suo mestiere, e da che lo fa, sostituirlo risulta essere un capriccio.

Ma il caso dell’organo non è affatto così perché quello digitale da possibilità che l’organo della Cattedra non può dare o se lo da lo fa è a prezzo di grandi sforzi tecnologici.

Quindi il distinguo andrebbe fatto sulla necessità reale della sostituzione e dichiarare pericolosa la sostituzione solo quando in effetti non v’è necessità.

Mi fermo qui.

Ringrazio il dott. Tosatti per avermi permesso di condividere le mie considerazioni e lei, maestro Porfiri, per le sue parole che sebbene diverse dalle mie, inducono a una riflessione.

Michael Mellner”.



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